XII CONTI
POMIGLIANESI

CON VARIANTI

AVELLINESI, MONTELLESI, BAGNOLESI,
MILANESI, TOSCANE, LECCESI, ECC.

ILLUSTRATI DA

VITTORIO IMBRIANI

NAPOLI

LIBRERIA DETKEN E ROCHOLL

Piazza Plebiscito

M.DCCC.LXXVI.


PROPRIETÀ LETTERARIA

Stabilimento Tipografico dell'Unione.


INDICE

  • Prefazionepag. [V]
  • Note [XXIV]
  • I. — Giuseppe 'a Veretà. (Pomigliano d'Arco). [1]
  • Note [2]
  • Favola V della III delle Tredici piacevoli notte dello Straparola [3]
  • Napolitani corretti da toscani [10]
  • I. bis. — Giuseppe 'a Veretà. (Pomigliano d'Arco). [15]
  • Note [16]

  • II. — Viola. (Pomigliano d'Arco) [21]
  • Note [24]
  • Clariclia, dal Conto de' Conti [25]
  • II. bis. — 'E tre figlie d' 'o Re. (Avellino) [42]
  • Note [46]
  • Frammento dell'Arguzia VII della Decade IV della Centuria I del Casalicchio [47]
  • II. ter. — Re tre sorelle (Montella) [49]
  • Note [52]
  • Petrosinella dal Conto de' Conti [58]

  • III. — 'E corna (Pomigliano d'Arco) [62]
  • Note [68]
  • Malvagio trasformato in asino da Gesù (Agen) [78]

  • III. bis. — La Coa (Milano) pag. [83]
  • Note [89]
  • Il Racconto dell'Orca dal Conto de' Conti. [90]
  • Baston, crocchia (Santo Stefano di Calcinaja) [96]
  • III. ter. — 'A Reggenella (Pomigliano d'Arco) [110]
  • Note [113]
  • Motto di Consalvo dal Domenichi [114]
  • Motto di Galba dal Domenichi [115]
  • III. quater. — Lu cunto ri tre frati (Bagnoli-Irpino) [116]
  • Note [117]

  • IV. — Petrusenella. (Pomigliano d'Arco) [121]
  • Note [123]
  • IV. bis. — L'Uorco. (Montella) [130]
  • Note [133]
  • IV. ter. — La Prezzemolina. (Montale Pistoiese) [136]
  • Note [151]
  • La Palomba dal Conto dei Conti [151]
  • Rosella dal Conto dei Conti [155]
  • Matrimonio di Filenia, figliuola del Re d'Egitto di Celio Malespini [160]
  • IV. quat. — Petrosinella. (Avellino) [188]
  • IV. quinq. — Cunto di Petrosinella. (Bagnoli-Irpino) [191]
  • Note [193]

  • V. — L'Auciello Crifone. (Pomigliano d'Arco) [195]
  • Note [197]
  • La penna del pavone. (Santo Stefano di Calcinaja) [197]
  • V. bis. — L'Auciello Grifone. (Avellino) [201]
  • Note [203]

  • V. ter. — Cunto de l'Acieddo Grifone. (Bagnoli-Irpino) [204]
  • Note [206]

  • VI. — Villa. (Pomigliano d'Arco) [208]
  • Note [209]
  • Frammento di Jacopo d'Acqui [209]
  • Vigna era e Vigna son. (Venezia) [213]
  • Frammento di Pietro Brantolmense [215]
  • VI. bis. — Villa. (Pomigliano d'Arco) [218]

  • VII. — 'A Muzzella (Pomigliano d'Arco) [222]
  • Note [223]
  • VII. bis. — La cacagliosa. (Montella) [225]

  • VIII. — Natale. (Pomigliano d'Arco) [226]
  • Note [227]
  • Histoire de Mauricette. (Beroaldo di Verville) [227]
  • Novella dello sciocco. (Chieco) [228]

  • IX. — Micco. (Pomigliano d'Arco) [232]
  • Note [234]

  • X. — 'O Vallo e 'o Sorece. (Pomigliano d'Arco) [236]
  • Note [237]
  • X. bis. — 'O Vallo e 'o Sorece. (Avellino) [239]
  • X. ter. — Lo Haddro e lo Sorece (Montella) [241]
  • Note [243]
  • Duo fratres fatui. (Bebel) [243]
  • L'ommo e lo serpe. (Cortese) [243]

  • XI. — 'A Vicchiarella. (Pomigliano d'Arco) [244]
  • Note [248]

  • Lu Compare Sangunazzieddhu. (Lecce) [250]
  • Variante [253]
  • Le Teste di Verzura. (Tommaso Costo) [258]
  • La bossa del Vin bianco (Treviso) [262]
  • XI. bis. — 'A Gatta. (Avellino) [265]
  • XI. ter. — Cuntu della Furmiculicchia (Novoli) [267]
  • Note [268]
  • Leggenda grecanica (Morosi) [268]
  • XI. quat. — El Ratton e el Rattin (Milano [271]

  • XII. — 'A Vicchiarella. (Pomigliano d'Arco) [273]
  • Note [275]
  • La Capra nella tana della Volpe. (Morosi) [276]
  • XII. bis. — Lu cuntu ri 'na vecchia. (Bagnoli-Irpino) [277]


[PREFAZIONE]

Chi da Napoli muove verso Nola per la consolare delle Puglie, dopo San Pietro a Patierno e Taverna Nova[1] incontra Pomigliano d'Arco[2], capoluogo di mandamento, e sede di una frazione del Collegio Elettorale di Afragola nel circondario di Casoria[3]. Ecclesiasticamente, Pomigliano, divisa nelle due Parrocchie di San Felice in Pincis e di Santa Maria delle Grazie, dipende dal Vescovo di Nola. Una canzone popolare testimonia dello affetto, che le portano i nativi:

Non mme piace l'aria de la Cerra[4],

E manco l'aria de le massarie:

A mme mme piace Pomigliano bello[5],

Addò so' nato llà voglio morire.

Non è terra celebre nella storia, sebbene abbia sofferto anch'essa delle tante vicende delle provincie meridionali. Ne' Diurnali di Giacomo Gallo, pubblicati con prefazione e note da Scipione Volpicella, io la trovo mentovata due volte:—«A dì XII d'ottobre M.CCCC.XCV et fu lunedì, lo signor Re, sentendo, che li nemici se ne tornavano, Sua Maestà ordinò la sua gente, et esso di persona andò. Et furono cinquecento huomini d'arme pagati, cinquecento fra cavalli leggieri et alabastrieri a cavallo, et cinquemila fanti tutti pagati, che erano tante le lanze longhe ed altre cariche, che pareva uno grandissimo cannito. Ma non dico l'altra gente, che andò da ogne parte, che furo stimati con li villani tutti uniti vintimila persone,.. et li nemici ammazzaro trecento persone a Pomigliano...»—«A dì XV detto, fu giovedì, venne nova come li nemici erano sopra la montagna di Lauro; et loco stettero una notte; et li villani di Lauro et Furino li seguitavano di tale maniera, che lassaro tutti li cariaggi, robbe et cavalli, che portavano; et questi villani ne rimasero ricchi, quanto quelli di Pumigliano ne rimasero sfatti tutti...»—Anche nel M.DCC.XCIX, Pomigliano d'Arco, (che non va confusa con Pomigliano d'Atella, la quale è nel medesimo circondario e nello stesso collegio elettorale, ma nel mandamento di Frattamaggiore) ebbe a soffrire stragi ed incendî per opera de' franzesi, a' quali volle opporsi con più animo che senno.

Giambattista Basile la ricorda nel Pentamerone; e nel Trattenimento X della Giornata II parla di Cola Jacovo Aggrancato, de Pomegliano, marito de Masella Cernecchia de Resina, ommo ricco comme a lo maro, che non sapeva chello, che sse trovava, tanto ch'aveva 'nchiuso li puorce e teneva paglia fi' a ghiuorno. Il cognome Aggrancato, se pur mai c'è stato, del che dubito forte, ora certo non esiste più in Pomigliano d'Arco, nè, ch'io sappia, altrove. Vero, è che il Pigro soggiunge, che Cola Jacopo n' aveva figlie, nè fittiglie.

Giordano Bruno, che avea dovuto spesso transitarvi, recandosi dalla patria a Napoli e di Napoli nella città natia, la ricorda; e così fà narrare nel Candelajo al suo Barra una truffa commessavi[6]:—«Ma io, che non sò tanto di Rettorica, solo soletto senza compagnia, l'altr'hieri venendo da Nola per Pumiglano, dopoi ch'hebbi mangiato, non hauendo tropo buona phantasia di pagare; a dissi al tauernaio: Mes. hosto, uorrei giocare.—A qual gioco, disse lui, uolemo giocare? cquà hò de tarocchi. Risposi: A questo maldetto gioco non posso vencere, per che hò vna pessima memoria. Disse lui: Hò di carte ordinarie. Risposi: Saranno forse segnate, che voi le conoscerete: hauetele, che non sijno state anchor adoperate? Lui rispose de non. Dumque pensiamo ad altro gioco.Ho le tauole, sai?—Di queste non so nulla.Hò de scacchi, sai?—Questo gioco mi farebbe rinegar Christo.—All'hora gli venne il senapo in testa: A qual dumque diauolo di gioco vorai giocar tu? Proponi. Dico io: A stracquare a pall' e maglo. Disse egli: Come à pall' e maglo? Vedi tu cqua tali ordegni? Vedi luoco da posserui giocare? Dissi: A la mirella.—Questo è gioco da fachini, bifolchi et guardaporci.A cinque dadi[7]?—Che diavolo di cinque dadi? Mai vdiui di tal gioco. Si vuoi, giocamo à tre dadi. Io gli dissi, che à tre dadi non posso hauer sorte. Al nome di cinquantamila diauoli! disse lui, si vuoi giocare, proponi un gioco, che possiamo farlo et voi et io. Gli dissi: Giocamo à spaccastrommola., disse lui, che tu mi dai la baia: questo è gioco da putti; non ti vergogni?Hor sù dumque, dissi, giocamo à correre.—Hor questa è falsa, disse lui. Et io soggionsi: Al sangue dell'Intemerata, che giocarai.—Vuoi far bene? disse. Pagami; et, si non vuoi andar con dio, va col prior de diauoli. Io dissi: Al sangue dette scrofole, che giocarai.Et che non gioco? diceva. Et che giochi? dicevo. Et che mai mai vi giocai!Et che vi giocarrai adesso?Et che non voglo!Et che vorrai? In conclusione, comincio io à pagarlo co le calcagne, ideste a correre. Et ecco, quel porco, che poco fà diceua, che non volea giocare, et giurò, che non volea giocare, et giocò lui et giocorno dui altri sui guattari, di sorte che, per un pezzo correndomi appresso, mi arriuorno et giunsero co le voci. Poi ti giuro per la tremenda piaga di s. Rocco, che nè io l'ho più vditi, nè essi mi hanno più visto.»—

Non mi si rimprovererà, di aver riferito questo brano della stupenda commedia del Nolano, come di cosa estranea al tema di una prefazione ad una raccolta di novelle popolari, per poco che si rifletta, la truffa di Barra non essere invenzione del Bruno, anzi una facezia popolare, che tuttora si racconta, e che altri scrittori hanno narrato e prima ed anche dopo di lui; e tali fra questi ultimi, che forse non ne conoscevano neppure il nome e gli scritti certo no. Negli Ozii Poetici | di | Michele Zezza. || Napoli 1816. | Nella tipografia della Società Filomatica, | Con licenza dei superiori, (serie di novellette ristampata nelle Opere | poetiche | di | Michele Zezza | Vol. IV || Napoli 1818. | Nella tipografia della Società Filomatica), v'ha un racconto, La scommessa, che in parte concorda con questo del Bruno ed in parte con quello di Alessandro di Girolamo Sozzini:—«Iacomo, soprannominato Scacazzone, disse a un oste, che gli desse una ceffata e gli rendesse il resto, perchè non aveva denari.»—Essendo gli scritti del Zezza irreperibili in commercio, non sarà forse discaro al lettore di averne qui trascritto il racconto, per paragonarlo con la versione del Bruno.

Nel secolo passato, in un paese,

Ch'io non voglio nè posso nominare,

Giunse un tal gentiluom detto Cortese,

Che in vicina città doveva andare.

In tasca non avea manco un tornese;

E come a piedi egli solea viaggiare[8],

Tanto la fame con quel moto crebbe,

Che mangiato per pane un sasso avrebbe.

Ecco si vede un'osteria davante,

E a vista tal balzogli il cor nel petto.

Non è sì grato ad un fedele amante

Il dolce incontro dell'amato oggetto,

Quanto fu grato al gentiluomo ansante

Di quel sito odorato il caro aspetto.

Ridea, brillavan gli occhi ed a milioni[9]

Col pensiero inghiottia caldi bocconi.

Dice fra sè:—«Vo' ristorarmi in questo

«Loco per or. Quando avrò poi mangiato,

«Trovar saprò ben io qualche pretesto,

«Se l'oste chiederà d'esser pagato.

«Talento a me non mancherà: del resto,

«Il peggio è di morir così affamato».—

Ciò detto, entra in locanda. È ben servito;

E fresco torna il volto suo sfinito.

Poi che al suo ventre sodisfè Cortese,

La gamba dritta sulla manca alzò,

La tabacchiera aprì, tabacco prese,

E ad alta voce il locandier chiamò.

Di ciò, che dar dovea, nulla gli chiese,

Ma con aria sovrana domandò:

—Se qui un uomo ad un altro un schiaffo dà,

«Qual pena mai dal tribunal egli ha?»—

L'oste credeva esser da lui deriso,

Vedendolo così seco scherzare:

—«Per lo schiaffo»,—rispose con sorriso,

—«Uno scudo si suol tra noi pagare.»—

Il gentiluom riprese:—«Ecco il mio viso:

«Lo schiaffo puoi liberamente dare,

«E poi... conteggerem. Certo son io,

«Che val men d'uno scudo il pranzo mio.»—

Piccato il locandiere a urlar si pone:

—«Fuori i scherzi, signor del mio stivale;

«O paga il pranzo, o ti torrò il giubbone,

«E maschera parrai di carnovale.»—

L'interruppe Cortese:—«Olà, scioccone,

«Se tu non freni un'arroganza tale,

«Sulla parola mia di cavaliero

«Io correr ti farò come un levriero.»—

Qui si guardan fra lor con torvo aspetto,

Gridando e questo e quei da disperato.

Decise alfin Cortese.—«Orsù, scommetto,

«Che a te nulla sarà da me pagato;

«E il pranzo scommettiam, che a tuo dispetto,

«Io fuggir ti vedrò come un dannato».—

L'oste, che avea forza e coraggio, rise,

E di non muover piè fiero scommise.

Mentre l'oste sta fermo e aspetta intanto

Veder cosa risolve il cavaliero,

Questi, fingendo avvicinarsi accanto,

Dalla locanda fuori esce leggiero.

Cervo non saltò mai snello cotanto,

Nè veloce così corse levriero,

Da uguagliarsi a Cortese; e ben parea,

Ch'un diavol scatenato a tergo avea.

L'oste, per moto naturale allora,

Vedendo il gentiluomo in fuga dato,

Spicca egli pur dalla locanda fuora

E 'l comincia a seguir da disperato.

L'altro s'arresta e dice:—«Alla buon'ora:

«La scommessa, compare, ho guadagnato.

«Correre a tuo dispetto io t'ho veduto;

«Nega, or nega, se puoi, d'aver perduto?»—

A prove così chiare ed evidenti,

Che risponder dovea l'oste smarrito?

Strinse le spalle, bestemmiò fra' denti,

Battè i pie' per la rabbia e morse un dito.

Cortese nell'andar gli disse:—«Senti,

«Non ti sdegnar, tu non andrai fallito

«Per un pranzo più o meno; e, per placarti,

«Prendi una presa di tabacco e parti.»—

La medesima facezia era stata raccontata prima di Giordano Bruno, anche da Ludovico Domenichi (morto a' XXIX d' Agosto M.D.LXIV.):—«Capitò un fantaccino svaligiato a un'osteria di queste, che sono sopra le pubbliche strade. Il quale, avendo più appetito che soldi, nè potendo più tolerare, si pose a tavola, facendosi abbondantemente dare da mangiare, come fatto averia un ricco gentiluomo, con tal pensiero, che, convenendogli di venire a rottura con l'oste, che e' fusse a più suo vantaggio, venirci per aver ben mangiato, che per il poco. Approssimandosi il fine del desinare, cominciò il fantaccino a fare una ricercata, per tentare, s'egli, col mezzo delle buffonerie, potesse pagare lo scotto; parlando in cotal modo: Ditemi per cortesia, M. Oste, che pena è posta, in questo contorno, a uno, che, con un pugno, percotesse un altro sul viso? A cui l'oste rispose, che vi era pena uno scudo. Onde il fantaccino soggiunse: Datene uno a me et rendetemi il resto, ritenendovi il prezzo del desinare. Ma l'oste, che non faceva capitale di simile merce, gli rispose bravando: A te converrà al tuo dispetto pagarmi con denari et non con buffonerie. A cui il fantaccino, conoscendo che egli non averebbe introito per quella porta, si rivoltò ad aprirne un'altra, dicendo: Oste, tu mi parli molto brusco, come se tu fossi un Orlando et io un vilissimo poltrone. Ma, tal qual tu ora mi vedi, e' mi basta l'animo di farti correre un pezzo. A cui l'oste, vinto da maggiore ira, disse: che non conosceva, che egli nè altri fussero atti a farlo mover di passo. Et sopra il sì et no offerendo il fantaccino di fare solamente scommessa dello scotto, fu dallo iracondo oste con poca considerazione accettata. Il fantaccino, avendo già finito il desinare, saltò subito in piedi; et senza indugio uscito di casa, quasi che avesse voluto porre mano a' sassi, si mise a correre quanto e' poteva menare le gambe. Laonde l'oste, essendo stato alquanto sospeso, finalmente ei prese risoluzione di seguitarlo, per non rimanere gabbato del prezzo del desinare. Et doppo un grande spazio di carriera, sentendo il fantaccino d'esser raggiunto, si fermò dicendo: Oste, tu hai perduto la scommessa, avendoti io fatto correre così grande spazio di strada. Il che sentito dall'oste, rivolgendo l'ira in riso, lo licenziò senza costo. Tanto più, che il fantaccino affermava, sè non avere un minimo denajo per satisfare l'oste. (Il quale oste fece del bisogno virtù.)»—Il Nolano non ha dovuto, parmi, aver cognizione di questa versione del Domenichi.

Di scrittori nati in Pomigliano d'Arco vanno mentovati l'Antignano, autore di canzonette spirituali nel seicento ed il cav. Felice Toscano, scrittore di trattati filosofici, contemporaneo[10].

I racconti seguenti vennero raccolti diligentemente in Pomigliano d'Arco stessa dalla signorina Rosina Siciliano. Fanno parte di una numerosa collezione e ne formano quasi un saggio, giacchè, secondo noi, questo volumetto dovrebbe essere seguito da parecchi altri. Ecco perchè questa serqua di racconti è stata scelta in modo da rappresentare generi diversi e di dar quasi un'idea di tutto il materiale tradizionale. Le varianti di Bagnoli-Irpina mi furno mandate da Michele Lenzi, egregio pittore; le avellinesi mi sono state somministrate dalla signorina Clelia Soldi, insieme con altre parecchie; e le montellesi sono desunte da una raccolta di centoventi conti, della quale mi ha fatto dono il commendator Scipione Capone. La variante novolese del decimoprimo mi venne mandata dalla signora Domenica Gioja nata Pisanelli; un'altra filastrocca leccese dal Duca Sigismondo Castromediano; una novella toscana dal prof. avv. Ghepardo Nerucci, l'altra dal dottor Giuseppe Pitré. Gli esempi milanesi ho raccolti io stesso. Avellino (come tutti sanno) è capoluogo del Principato Ulteriore; e Montella e Bagnoli sono comuni della stessa Provincia, distretto di Ariano. Novoli è in Terra d'Otranto.

In quanto alla grafia, abbiamo tentato di rendere esattamente la pronuncia. I conti di Pomigliano d'Arco, li ho letti e riletti, fin sulle bozze, a persone del paese, modificando la scrittura, perchè meglio ritraesse la pronuncia: i poveri stampatori e correttori, che si vedevan giungere le pruove stranamente ricamate, possono attestare con quanto zelo e coscienza si sia lavorato. Per gli altri comuni ho dovuto attenermi strettemente a' manoscritti de'raccoglitori. In Pomigliano, Montella, ed Avellino i dialetti sono poco diversi tra loro e poco di versi dal napolitano propriamente detto. In Novoli si parla uno idioma leccese. Ho creduto di dover seguire anche stavolta le norme adottate nel mio Saggio di Canti popolari delle provincie meridionali. Considerando quindi ogni vocabolo vernacolo come alterazione della voce etimologicamente corrispondente nello Italiano aulico, indico con un apostrofo ogni aferesi ed ogni apocope, ancorchè il vocabolo nel dialetto esista solo in quella forma apocopata od aferizzata. Mi sembra, che, in tal modo, ne sia facilitata l'intelligenza al lettore e si ottenga di distinguere parole, che suonano press'a poco identicamente, sebbene diversissime di significato, esempligrazia 'no (uno, articolo indeterminato) no (no) e no' (non); 'sse (queste) e sse (sè); 'sta (questa) e stà' (stare) eccetera. Le consonanti iniziali di molti vocaboli si pronunziano, appunto come in Italiano, quando scempie e quando doppie, secondo il valore tonico della sillaba precedente. Alcuni, anzi i più scrittori in dialetto han quindi stimato opportuno di raddoppiarle talvolta, consuetudine acerbamente ripresa dal Galiani. Conoscendo per pruova, quanto cosiffatti raddoppiamenti perturbino la vista e confondano le mente, li abbiamo soppressi; reputando, non essercene maggior bisogno ed utile nello scrivere il dialetto, di quel, che ce ne sia nello scriver lo Italiano comune; e conservando il raddoppiamento iniziale, solo nelle parole, in cui è costante per ragioni etimologiche od altre, come in lloco, (là) che viene da in loco. La s impura ha ne' vernacoli, quando il suono dello sh inglese, ch francese e sch tedesco; e quando no. I raccoglitori hanno trasandato di distinguere i due suoni ortograficamente; ed ho quindi dovuto lasciarli indistinti ancor' io, non senza rincrescimento. Ma mi consola il riflettere, che quel suono grasso non è d' uso costante e che vien considerato sempre come un difetto di pronunzia, sicchè nessuno ha mai curato di distinguerlo nella scrittura. Nè potrebbe distinguersi ammodo senza adoperar qualche strano nesso, il quale annasperebbe la vista a' leggitori, o senza introdurre un nuovo carattere. Molti dialetti hanno pure essi un'ortografia solita, stabilita, consuetudinaria, come la lingua aulica, nè può saviamente riformarsi tutta a priori, secondo i consigli della scienza. Anche in Italiano, parecchie lettere hanno quando un suono e quando un altro; e per riparare allo sconcio bisognerebbe accrescer lo alfabeto di altri dodici segni circa almeno. Il dh indica un suono speciale leccese, che altri figura col nesso ddr ed altri tagliando con trattolini orizzontali le aste de' dd. Giustificheremo alcune altre peculiarità ortografiche a mano a mano, che se ne presenteranno gli esempi. Debbo confessare, che, ned il Capone ned il Castromediano approvano questo mio sistema ortografico; ripudiano gli apostrofi; conserverebbero i raddoppiamenti delle consonanti iniziali. Ma le loro ragioni non mi hanno persuaso e mi sono ostinato a fare, per questa parte, a mio modo. Sarebbe inutile esporre qui le ragioni loro e le mie. Del resto un sistema ortografico dev'esser sempre giudicato più dal punto di vista pratico, che dal razionale.

Le noterelle poi saranno di due specie. Alcune mitologiche, nelle quali indicherò i riscontri Italiani, che mi sovverranno alla memoria, trascrivendone un certo numero, quelli cioè, letterarî o popolari, che sono desunti da novellieri o da raccolte meno facili a trovarsi in commercio. Forse avremmo fatto meglio a trascriverli tutti (ma ci trattenne paura d'ingrossar troppo il volume) ben sapendo quanto torni comodo ed utile, l'aver così tutte le varianti d'una tradizione raccolte insieme. Le altre noterelle saranno filologiche, in cui spiegherò alcune forme grammaticali od alcuni vocaboli, studiandomi sempre di aggiungere qualche esempî, cavati dagli scrittori vernacoli; non foss' altro, per invogliare a leggerli. Sì le une che le altre sarebbero state più abbondanti e forse migliori, in numero più spesse, in stil più rade, se non mi fossi trovato a far questo lavoro in campagna, e quindi costretto a contentarmi di soli pochissimi libri miei, senza neppur modo di ricorrere alle biblioteche pubbliche o private più ricche, e quel, ch'è peggio, distratto da ufficî amministrativi e da lotte elettorali politiche. Avrei riparato durante la stampa, se questa non avesse avuta luogo in massima parte nel periodo di vergogna nazionale, che tutt'ora dura; nel quale, l'animo esulcerato dal vedere ministri i Luciani ed i De-Mata, nel vedere profanato il santuario dello stato da una genia ribalda di camorristi, nel vedere l'Italia e la Monarchia venute in man degli avversarî loro, non mi lascia attendere serenamente agli studî. Dirò anch'io, in principio di queste annotazioni, quel, che Monsignor Bottari diceva delle sue alle Lettere di Fra Guittone:—«Queste note avranno senza fallo bisogno di tutto il vostro compatimento, cortesissimi Lettori; e lo incontrerebbero, son certo, se sapeste come e quando mi è stato forza di farle; ma il qui narrarlo nulla rileva; e forse sarebbe creduta da alcuni una delle solite cantafavole e consuete querule scuse degli autori, per cui con la strettezza del tempo o con la moltiplicità d'altri diversi affari tentano di ricoprire i proprî difetti. Questo compatimento voglio piuttosto implorarlo ed eziandìo sperarlo, dalla vostra discretissima benignità e gentilezza, che da altre scuse e ragioni, quantunque solide e vere e non mendicate».—E qui mi occorre ringraziare il cav. Giovanni Papanti, il quale s'è benignato di trascrivere per me di proprio pugno la novella del Malaspini, che ristampo; il prof. De Blasiis, il quale mi ha dato la lettera del Zambelios, citata in nota al conto di Villa; e quanti, insomma, mi hanno benevolmente ajutato.

Rinnovo la protesta, fatta pubblicando i due volumi del Saggio di Canti popolari delle provincie meridionali, cioè di non esser mosso minimamente da passioni municipali o regionali, come altri forse, nel raccogliere ed illustrare questi documenti della fantasia delle popolazioni napolitane; anzi solo dallo amor della patria comune e degli studî dialettologici e demopsicologici. Difatti, metto mano alla pubblicazione di conti napolitani, soltanto dopo aver dato alla luce una Novellaja milanese, raccolta di esempî e panzane lombarde, ed una Novellaja fiorentina, raccolta di fiabe e novelle toscane. Non senza un perchè mi piace avvertirne il lettore. Il quale vorrà scusarmi, se, per parte mia, sono incorso in qualche errore: ma questo benedetto dialetto napolitano, io, che pur son nato in Napoli, l'ho imparato adulto e su' libri, non da fanciullo e nell'uso. E nessuno, checchè vaneggino parecchi, potrà mai dirsi veramente padrone, se non del solo linguaggio succhiato col latte materno; il quale, per me, è questo gergo qualunque, nè napoletanesco, nè toscano, in cui scrivo adesso; sufficientissimo, voglio pur dirlo, a tutti i miei bisogni civili ed intellettuali. Neghi altri l'Italiano: io, che il posseggo, non posso negarlo.

Imbriani[11]

[NOTE]

[1] Taverna Nova è una borgata, che va in parte col comune di Pomigliano d'Arco, in parte con quello di Casalnuovo di Napoli ed in parte con quello d'Afragola. Dice una canzone popolare:

Taverna Nova, aria gentile,

A chi 'no inasto, e a chi 'na 'nnamorata!

[Var. A chi 'no vaso, e a chi 'na massaria.]

Quanno la mano 'mpietto mme calaste

Io te dicietti:—«Fa chello, che buoje!»—

. . . . . . . . . . . . . .

Per obbedire a li comanne tuoje.

[2] Pomigliano, prima Pumigliano, che i Napoletani ora corrottamente dicono Pompigliano; e così la chiama anche il dottor Raffaele Castorani, professore d'oftalmologia nella Università di Napoli in un Mémoire sur l'extraction linéaire externe, simple et combinée de la cataracte (Paris. Baillière, 1874). Volgarmente vuolsi fondata da Pompeo Magno, con etimologia assurda, giacchè, quand'anche fosse da preferir la forma Pompigliano, deriverebbe da Pompilio e non da Pompeo. Altri vuol, che il nome venga da pomi e llano, vocabolo spagnuolo, quasi: pianura de' Pomi; e le armi parlanti del paese sono appunto un pomo; ed in mezzo al mercato c'è una colonna con sopra una cestella di pomi in marmo. Ma il paese non è niente affatto celebre per le frutta ed è più antico della dominazione spagnuola, nè la formazione è possibile. Il Flechia trarrebbe il nome da Pomelianum, *Pomelius.—«Questo nome è reso probabile da Pomelianus (IN. 1935) gentilizio, che sta a *Pomelius, quale p. e. i gentilizî Curtianus a Curtius, Flavianus a Flavius, Marianus a Marius, Nerianus a Nerius, ecc. (cf. Hübner. Ephem. epigr. II. 30 e sgg. ). Da Pumidianum, Pumidius (IN.), sarebbe più verisimilmente venuto *Pumijano, indi.... *Pomiano».—L'aggiunto d'Arco, che si ritrova anche nel nome della Madonna dell'Arco, (dov'ora è il Manicomio provinciale); di Santa Maria dell'Arcora, chiesa in Afragola; di Via Arco Pinto (ibidem) ecc.; viene da' ruderi dello antico acquedotto di Serino. Per la gloriosissima Madonna dell'Arco, c'è un madrigale di Giambattista Basile, il Pigro.

Dissi: «L'Iride mia,

«Arco divin, tu sei,

«Mentre i miei dì rischiari, ombrosi e rei».—

Or, che da te s'invia

Strali di grazie al core,

L'arco dirò, che sei del vero amore.

[3] Per dare un'idea delle etimologie fantastiche, assurde, che vengono universalmente accettate però dal volgo, ricorderò quella di Casoria da Casa aurea; e di Afragola (piano) da fragola (sdrucciolo) con l'a privativa, per non trovarcisi fravole! Ed Afragola ha di fatti per istemma parlante una mano, che tiene una fravola pel gambo.

[4] L'Acerra, Acerra. Quasi tutti i nomi di paese, che cominciano per A, si adoperano ne' vernacoli Napolitani con l'articolo, evidentemente, perchè, la iniziale è stata scambiata con l'articolo femminile dal volgo. Gli scrittori hanno seguito questo andazzo, e troviamo scritto: La Cerra e l'Acerra, la Matrice e l'Amatrice, l'Atripalda e la Tripalda, l'Afragola e la Fragòla o la Fraola, ecc. ecc. Andrea Perruccio ha detto:

Comm'a 'na mummia Tartarone resta,

Comme a 'n ommo de paglia 'mmottonato.

Parla, spapura, pezzo de 'n Anchione,

Ca de la Cerra pare 'no pacione!

Il nome dell'Aquila ha serbato sempre la sua integrità, perchè l'accento cadeva appunto sull'a.

[5] I nomi di luogo in o ed in i, (Napoli, Pomigliano, San Pietro a Patierno, ecc.) sono tutti e sempre maschili nel vernacolo.

[6] Trascrivo, modificando la sola punteggiatura, dalla edizione originale rarissima del M.D.LXXXII. L'edizione di Lipsia del M.DCCC.XXX (curata da Adolfo Wagner) e la ristampa fattane a Milano nel M.DCCC.LVIII (curata da Carlo Teoli ossia Eugenio Camerini) sono due vituperi, e ridondano di mutazioni arbitrarie e di correzioni spropositate, le quali rendono incomprensibili molti punti del capolavoro, e lo sfigurano sempre. Chi voglia edificarsi su questo punto, dia un'occhiata al mio Natar II, Lettera a Francesco Zambrini sul testo del Candelajo di Giordano Bruno. Ecco un piccol saggio de' principali svisamenti, fatti nelle sole poche linee di questa narrazione: Oste (invece di hosto, come dicevasi generalmente nel cinquecento)—Vincere (invece di vencere, forma napolitana).—Avetene che non siino (invece di: hauetele; perchè poi?)—Rispose di no (invece di: rispose de non).—La senape (invece di: il senapo; dice il Basile nella Scompetura de lo Cunto de li Cunte:—«E si mme saglie lo senapo, meglio che te pigliasse rota de carro.»)—Pallamaglio, morella (mentre il testo ha: pall' e maglo, mirella).—Udii, giochiamo, giocarai (dove il testo reca: vdiui, giocamo, giocarrai).—Id est (invece di: ideste; quasi che i camorristi dovessero parlar latino ammodo!)—Eh che giochi ecc. (trasformando sempre in interiezione la congiunzione et.)—Spaccastrammola. Che diavolo poi il Wagner, il Camerini ed il Berti (che cita appunto questo brano come saggio della vivacità dello scriver del Bruno), intendessero per spaccastrammola, ignoro! Vattel'a pesca! Spaccastrommola sì, so cosa significa.—«I ragazzi»,—dice il Galiani—«collo strummolo»—plurale strommola: Basile, Egloga VIII: Secoteja, ch'a lo tuorno | Sse faceno le strommola (Proverbio)—«ch'è la trottola, fanno un gioco. Colui, a cui cade la sorte, tira prima il suo; e gli altri, mentre questo ruota, vi tirano sopra per ispaccarlo. Or tirando con forza, vanno queste strommola sbalzando con furia e a rischio di dar sul viso a chiunque stiasi vicino. Onde si dice a spaccastrommola, che dinota: alla cieca e colla maggior confusione e disordine»—e cita il verso del Fasano, nella traduzione della Gerusalemme. Canto I, stanza XXXI: Vanno a la spaccastrommola le cose. Anche il Capasso, nella satira contro il Gravina, ha detto: Mme pare a mme, ch'a fà' 'sta Babelonia | Nce vo' assai manco, ch'a tirà' 'na sciaveca | A fa' li vierze tutte de 'na petena | A farel'e a tempesta e a spaccastrommola. Vedi Varie Poesie | di | Niccolò Capassi | Primario Professore di leggi | Nella Regia Università di Napoli. || In Napoli MDCCLXI | Nella Stamperia Simoniana | Con permesso de' Superiori, dove, in nota, la locuzione è spiegata per—«Alla rinfusa, inconsideratamente».—Giulio Cesare Cortese, in un'epistola a Notar Cola Maria Zara: Mentre iocammo 'nzembra a spaccastrommola. Fra Jacopone da Todi ha detto:

Non si conviene a Monaco

Vita di Cavaliere;

Nè a Veterano stombolo;

Nè a Chierico sparviero.

Predichi pur Teologo,

Et doli el Carpentiere;

Va per siroppi al Medico,

Per pelli al Pellicciere.

Ed il Tresatti annota:—«Stombolo, quell'istrumento di legno, com'un pero, col quale giocano i putti, facendolo girare, chiamato altrimenti rozzolo o pirlo, e da' Latini trochus».

[7] Sarei stato certissimamente e senz'alcun dubbio costretto a sclamar ancor io, come l'osto pomiglianese: Mai vdiui di tal gioco; se l'allusione e l'equivoco osceno non mi fosse stato rischiarato dalla Finestra quinta di: Il | Novo Parlatorio | delle Monache | Satira Comica | di | Baltassaro Sultanini | Bresciano. | Nuovamente ristampato in questo anno 1677 | con vn aggiunta curiosissima del medesi- | mo Auttore, che si trova in un'età | di sessanta tre anni.

[8] Errore di prosodia, nel quale del resto è cascato anche alcuno de' più celebri (io direi: famigerati; non illustres, famosi) verseggiatori nostri contemporanei. Viaggiare non può non farsi quadrissillabo sempre.

[9] Altro erroruzzo di prosodia. Anche qui la dieresi era d'obbligo. Milioni è e può solo esser quadrissillabo.

[10] Non mancano in Pomigliano cultori del dialetto; nè so resistere alla tentazione di riprodurre qui una satira, il brindisi de' galeotti, composta da un valentuomo ne' giorni scorsi, in occasione della grazia al De Mata ed altri simili scandoli.

Vuagliune ammartenate de 'stu core,

Songhe fernute 'e juorne de li pene!

'Ngoppa 'a Giustizie e Grazie 'nu signore

Sta, ca nce vo' sferra' da li catene.

Ha verute, ch'è scuorne e ciucce arrore

Nun fare chelle, che sse po' de bene.

'O Ciele 'o benerice! 'E schitt' argiente

Ss'avrie da fa' 'na statue a 'stu purtiente!

Isso, verace figlio de la terra,

Ch' è stato de lanterna a tutt' 'o Munne,

La bona sciorte p' 'e capille afferra

E a auta voce rice chiare e tunne:

—«L'ommo n'è fatto pe' sta' sempe 'nguerra,

«Nè per avere tutto a ssè secunne.

«E nuje vulimme, comme 'e surecille,

«Tenè' li carcerate 'inte 'e mastrille?»—

'Nu letterate 'ruosse raccuntave,

Ch' a piezze sse faceve 'u malandrine

Primme, se sule 'nu schiaffone rave

O a lu barone nun faceva 'nchine.

Ch' 'e (con le) fune, 'o fierro, 'o fuoche, sse restavo

Mieze muorte lu povere schiappine,

Che pe' la famme aveva a 'o calavrese

Scippate 'ngoppa 'ô juoche 'nu tornese.

'Nu taliane nobbele e rettore

Scrivette: Comme mo' sse mange cheste?

Chi accire e arrobbe tene 'mpiette 'o core.

Sia cunnannato, ma nu' leste leste!

Muorto de famme e strazie e de dolore

Comme a 'nu cane è puosto into a caneste.

'E nuoste, 'e Magnasive, Angrise e tutte

Luvarene 'ste pene e chilli lutte.

E mo', ch' 'e belle tiempe so' benute,

Che sciure e frutte nascene 'a pe' lore,

Che simme fratacchiune 'rrevenute,

C' 'o cielo 'mmece 'e l'acqua chiove l'ore,

Vulimme i' 'nnanze e fa' ca' li patute

Cantene d'alterezze tutte a core?

Eh vive 'à lebbertà, fore 'e cancello

Da 'o Fische cchiù nun s'hanno li panelle.

Avêre iè (vero è) cu n'avimme, a iesse' 'ngrate

A unurare in chistu gran cunvite,

Chille, che nce hanno tanto reparate.

Veve 'â salute 'e tutte; e auze 'o rite

'Ruosse, e repete: Juorne furtunate

A lu Ministre nuoste prià' ve 'nvite.

Si resta 'natu poche 'stu guvierne

Annure jamme de state e de vierne.

[11] Il prof. Francesco d'Ovidio, annunziando nella Rivista di Filologia e d'Istruzione classica, il prezioso opuscolo del mio illustre maestro Giovanni Flechia su' Nomi Locali del Napolitano, derivati da gentilizî Italici, mi vorrebbe fare stimar da' leggitori di quel periodico (pochi ma valenti, come i versi del Tosti) troppo più ciuco di quanto sono. Mi rimprovera di:—«sperare di dovere il mio cognome alla fata meridiana (in napolitano la 'Mbriana.)»—Dio buono! ricordo, sissignore, d'aver detto questa corbelleria: ma sedendo ozioso in un caffè, per celia, per mero scherzo; ned avrei immaginato che uno, il quale mi si dice amico, potesse rinfacciarmi, come opinione seria, un bisquizzo, una facezia scipita, uno scherzo, una freddura, una etimologia lunatica! Mi si lasci aggiungere, che non mi par giusta la ingegnosa derivazione d'Imbriani da Amaredianum, arzigogolata dal Flechia. Il nostro cognome non è propriamente napolitano, anzi si trova tuttavia in Capua (Giulio Cesare Imbriani fu giureconsulto illustre del cinquecento) in Roccabascerana ed anche nell'Umbria. Tradizione di famiglia è, che sia corruzione d'Umbriano; ed in tal forma il nome s'incontra, se non erro, persino nelle tavole eugubine. Umbriano starebbe ad Umbro, come Costantiniano e Valentiniano eccetera a Costantino e Valentino, che sono tutt'una cosa con Costante e Valente; ma c'era questa tendenza ad allungare i nomi; e, se mal non mi ricordo, ho letto su questo fenomeno sedici anni or sono una bellissima lettera autografa del Borghese, ch'era nelle mani di un professor di Berlino. Per me, ritengo Imbriani derivato dal gentilizio antico Imber; e rammento di aver letto, non so più in quale antico scrittore, d'un Imber Ater (horrendi ominis nomen) sollevato a non so che onori. Da Imber sarebbe venuto Imbrius e poi Imbrianum, nome locale, trasformato quindi in cognome. Da Imber abbiamo pure Imbrinium, luogo del Sannio, mentovato da Livio, (VIII.XXX): Q. Fabius, cum post profectionem dictatoris per exploratores comperisset, perinde omnia solata apud hostes esse, ac si nemo Romanus in Samnio esset, seu ferox adolescens indignitate accensus, quod omnia in dictatore viderentur reposita esse, seu occasione bene gerendae rei inductus, exercito instructo paratoque ad Imbrinium, ita vocant locum, acie cum Samnitibus conflixit. Imbrinio vien certamente da Imbre e forsanche Imbriani potrebb'essere corruzione d'Imbrinianus (sostituendo per contrazione, Imbrignani, forma più naturale). Due torrentelli, che si veggono andando da Sammartino-Valle-Caudina a Pannarano, si chiaman tuttavia col nome caratteristico d'Imbrianelle.


[I.—GIUSEPPE 'A VERETÀ][1]
(Versione raccolta in Pomigliano d'Arco)

'Na[2] vota nce steva 'na mamma e teneva[3] 'nu figlio, ca ssi chiammava Giuseppe; e pecche nu' diceva nisciuna[4] buscìa 'o[5] mettette nomme Giuseppe 'a Veretà. 'Nu juorno, ammente 'o stava chiammanno, ssi truvò a passa' 'o Re; e, verenno, ca chella mamma 'o chiammava accussì,[6] li spiava:[7] —«Neh, pecchè 'o chiammi Giuseppe 'a Veretà?» —«Pecchè nu' dice nisciuna buscìa.»—Allora 'o Re decette, che 'o vuleva cu' isso[8] e 'o mettette a guardà 'e bacche. E ogne matina Giuseppe sse presentava 'ô[9] Re e deceva:—«Servo di sua Maestà»—'O Re respunneva:—«Addio, Giuseppe 'a Veretà. Comme stanne 'e bacche?»—«Fresche e chiatte.[10]»—«Comme stanno 'e bitelle?»—«Fresche e belle»—«Comme sta 'o toro?»—«Ancora.»—E accussì faceva ogne matina. E 'o Re 'o ludava 'nnanze a tutt' 'e cavalieri, tanto, ca chisti sse sentevene currivo[11]; e 'nu juorno, pe' fa' truvà' Giuseppe busciardo, nce mannarene 'a ronna, che cu' 'e parole ssoje duveva fa' accirere 'o toro. Giuseppe tanto fu priato, che l'accerette; ma po', sse truvava 'mbrugliato, comme avev'a ricere 'ô Re. Mettette 'o cappotto ssujo 'ngoppa a 'na seggia; e fingeva, ca chillo fosse 'o Re: e diceva:—«Servo di sua Maestà==Addio, Giuseppe 'a Veretà. Comme stanno 'e bacche?==Fresche e chiatte.==Comme 'e bitelle?==Fresche e belle.==Comme 'o toro?==Ancora.==Ma no; nu' ba buono! po' rico 'a buscia! Quanno 'o Re mme demanna comme sta 'o toro, io nce 'o[12] dico ch'è muorto».—Sse presentava 'ô Re e decette:—«Servo di sua Maestà»—«Addio, Giuseppe 'a Veretà. Comme stanno 'e bacche?»—«Fresche e chiatte.»—«Comme 'e bitelle?»—«Fresche e belle.»—«Comme 'o toro?»—«Ssua Maestà, è benute 'na ronna; e, co' 'e maniere ssoje, mm'ha fatto ammazzà' 'ô toro. Perdunateme».—'O Re respunnette:—«Bravo Giuseppe 'a Veretà.»—Chiammava 'e cavalieri ssuoi; e le facette[13] canoscere, comme chisto aveva ritto nisciuna buscìa ancora. E accussì Giuseppe rummase sempe c' 'o Re; e iè cavalieri rummanettere to' to'[14], pecchè non avevene ricavate niente 'e chello, che avevene penzate.

[NOTE]

[1] Vedi:—I.—Sicilianische Märchen. | Aus dem Volksmund gesammelt | von Laura Gonzenbach. | Mit Anmerkungen Reinhold Köhlers und einer Einleitung herausgegeben | von | Otto Harlwig | Erster Theil. | Mit dem Portrait einer Märchenerzählerin || Leipzig | Verlag von Wilhelm Engelmann | 1870 (in 8. di LXVI-368 pagg. 9 oltre un ritratto; e Zweiter Theil, ibid. di IV-263 pagg. ed un altro ritratto). La novella VIII, Bauer Wahrhaft, cioè Massaru Verità, ha una lezione più compiuta della nostra, essendo particolareggiata la seduzione. La moglie del cortigiano, il quale ha scommesso il capo col Re, che Massaru Verità mentirebbe, si finge incinta e di aver voglia d'un fegato di castrato; ed il povero zugo, vedendola bella e contigiata e con una stella di diamanti in fronte, finalmente cede.—II.—Nell'opera Fiabe | Novelle e Racconti | popolari Siciliani | raccolti ed illustrati | da | Giuseppe Pitrè | Con discorso preliminare, | Grammatica del dialetto e delle parlate siciliane, | Saggio di novelline albanesi di Sicilia | e Glossario || Volume primo || Palermo | Luigi Pedone Lauriel, editore | 1875 (e Volume secondo, terzo e quarto) la novella LXXVIII, Lu Zu Viritati.—III.—Appo lo Straparola, la favola V della notte III:—«Isotta, moglie di Lucaferro di Albani da Bergamo, credendo con astuzia gabbare Travaglino, vaccaro d'Emiliano, suo fratello, per farlo parer bugiardo, perde il poder del marito; e torna a casa con la testa di un toro dalle corna dorate, tutta vergognata.»—IV.—La novella intitolata Don Peppino e pubblicata nel numero V dell'Anno II del periodico La Scuola Italica (Napoli, 23 Agosto 1874).—V.—Le tre Maruzze | Novella trojana | Da non mostrarsi alle Signore || Troja, MDCCCLXXV | Esemplari XXVIII (Zizze toste)—Riprodurremo qui la versione dello Straparola; che il lettore meno agevolmente potrebbe procurarsi di quelle edite dalla Gonzenbach e dal Pitré, e che non è impresentabile per oscenità, come Le tre Maruzze.—«In Bergamo, valorose donne, città antica nella Lombardia, fu (non è già gran tempo) un huomo ricco et potente, il cui nome era Pietromaria di Albani. Costui haveva duo figliuoli, l'uno de' quai Emiliano, l'altro Lucaferro si chiamava. Appresso questo, egli haveva duo poderi, dalla città non molto lontani; de' quai l'uno chiamavasi Ghorem, et l'altro Pedrench. I duo fratelli, cioè Emiliano et Lucaferro (morto Pietromaria, suo padre) tra loro divisero i poderi; et a Emiliano per sorte toccò Pedrench, et a Lucaferro Ghorem. Haveva Emiliano un bellissimo gregge di pecore, et un armento di giovenchi, et una mandra di fruttifere vacche; de quali era mandriale Travaglino, hvomo veramente fedele e leale; nè, per quanto egli haveva cara la vita sua, havrebbe detta una bugia; et con tanta diligenza custodiva l'armento et la mandra sua, che non aveva pari. Teneva Travaglino nella mandra delle vacche molti tori, tra quai ve n'era uno molto vago a vedere, et era tanto grato ad Emiliano, che d'oro finissimo gli aveva fatte dorare le corna. Nè mai Travaglino andava a Bergamo, che Emiliano non gli addimandasse del suo toro dalle corna d'oro. Hora avenne, che trovandosi Emiliano a ragionamento con Lucaferro suo fratello, et con alcuni suoi domestici, sopragiunse Travaglino, il quale fece cenno ad Emiliano di voler con esso lui favellare. Et egli, levatosi dal fratello et dagli amici, andossene là, dove era Travaglino; et lungamente ragionò con esso lui. Et perciocchè Emiliano più fiate haveva fatto questo atto, di lasciare gli amici et parenti suoi et girsene a ragionare con un mandriale, Lucaferro non poteva in maniera alcuna questa cosa patire. Laonde, un giorno, acceso d'ira et di sdegno, disse ad Emiliano: Emiliano, io mi maraviglio molto di te, che tu facci maggior conto di un vaccaro et di un furfante, che di un tuo fratello et di tanti tuoi cordiali amici. Imperciocchè, non pur una volta, ma mille (se tante si può dire,) tu ne hai lasciati nelle piazze e ne giuochi, come bestie, che vanno al macello, e tu ti sei accostato a quel grosso et insensato Travaglino, tuo famiglio, per ragionare con esso lui, ch'el par, che tu habbi a fare le maggior facende del mondo, et non di meno non vagliono una brutta. Rispose Emiliano: Lucaferro, fratello mio, non bisogna, che sì fieramente tu ti accorrocci meco, rimproverando Travaglino con disoneste parole; perciocchè egli è giovane da bene. Et emmi molto caro: sì per la sofficienza sua; sì anche per la lealtà, ch'egli usa verso me; sì ancora, perchè in lui è una special et singolar virtù, che, per tutto l'aver del mondo, ei non direbbe una parola, che bugiarda fusse. Ed, oltre ciò, egli ha molte altre conditioni, per le quali lo tengo caro. E però non ti maravigliare, se io l'accarezzo et hollo grato. Udite queste parole, a Lucaferro crebbe maggior sdegno. Et cominciò l'uno et l'altro moltiplicare in parole, et quasi venire alle arme. Et perchè (si come è detto di sopra) Emiliano sommamente commendava il suo Travaglino, disse Lucaferro ad Emiliano: Tu lodi tanto cotesto tuo vaccaro di sofficienza, di lealtà e di verità. Et io ti dico, ch'egli è il più insofficiente, il più sleale et il più bugiardo huomo, che mai creasse la natura; e mi offero di fartelo vedere, et udire, che in tua presenza egli ti dirà la bugia. Et fatte molte parole tra loro, finalmente posero pegno i loro poderi concordi in questo modo: che, se Travaglino dirà la bugia, il podere d'Emiliano sia di Lucaferro; ma, se non sarà trovato in bugia, il podere di Lucaferro di Emiliano sia. Et di questo (chiamato un notaio) fecero uno stromento publico con tutte quelle solennità, che in tal materia si richieggono. Partitosi l'uno da l'altro, et già passata la loro ira et sdegno, Lucaferro cominciò pentirsi del pegno, che egli aveva messo, et dello stromento per man di notaio pregato, et di tal cosa tra sè stesso si rammaricava molto; dubitando forte, di non restare senza podere, col quale e se et la famiglia sua sostentava. Hor essendo a casa Lucaferro, et vedendolo la moglie, che Isotta si chiamava, sì malinconioso stare, et non sapendo la cagione, dissegli: O marito mio, ch'havete voi, che così mesto e malinconioso vi veggio? A cui rispose Lucaferro: Taci per tua fe; et non mi dar maggior noia di quella, ch'io ho. Ma Isotta, desiderosa di saperlo, tanto seppe fare e dire, che dal marito il tutto intese. La onde, voltatosi col viso allegro verso di lui, disse: È adunque cotesto il pensiero, per cui tanto affanno e tanto rammaricamento vi ponete? State di buon animo, che a me basta il cuore di far sì, che, non che una, ma mille bugie fiano da Travaglino al suo patrone dette. Il che intendendo Lucaferro, assai contento rimase. Et perchè Isotta chiaramente sapeva, che 'l toro dalle corna d'oro ad Emiliano suo cognato era molto caro, ella sopra di quello fece il disegno. Et vestitasi molto lascivamente e leccatosi il viso, soletta uscì di Bergamo. Et andatasene a Pedrench, dove era il poder di Emiliano, et entrata in casa, trovò Travaglino, che faceva del cascio e delle ricotte. E salutatolo, disse: Travaglino mio, son qui venuta per visitarti, e bere del latte, e mangiare delle ricotte teco.==Siate la ben venuta, disse Travaglino, la mia patrona. E fattela sedere, parecchiò la mensa; e recò del cascio pecorino et altre cose per honorarla. E perchè egli la vedeva sola, e bella, et non consueta venir a lui, stette sospeso molto; et quasi non poteva persuadersi, ch'ella fusse Isotta, moglie del fratello del suo patrone. Ma pur, perciocchè più volte veduta l'haveva, la carezzava et honorava molto, sì come a tanta donna, quanto quella era, conveniva. Levata da mensa Isotta, et vedendo Travaglino affaticarsi nel far il cascio et le ricotte, disse: O Travaglino mio, voglio ancor io aiutarti a far del cascio. Et egli: Quello, che a voi aggrada, Signora, rispose. E senza dir più altro, alzatesi le maniche sino al cubito, scoperse le bianche e morbide e ritondette braccia, che candida neve parevano; e con essolui fieramente si affaticava a far il cascio; e sovente li dimostrava il poco rilevato petto, dove dimoravano due poppoline, che duo pometti parevano. Et oltre ciò, astutamente tanto approssimava il suo colorito viso a quello di Travaglino, che quasi l'uno con l'altro si toccava. Era Travaglino (quantunque fosse di vacche custode) huomo più tosto astuto, che grosso. Et vedendo i portamenti della donna, che dimostravano il lei lascivo amore, andava con parole et con sguardi intertenendola, fingendo tuttavia di non intendersi di cose amorose. Ma la donna, credendo lui del suo amore essere acceso, et fieramente di lui si innamorò, che in stroppa tenere non si poteva. E quantunque Travaglino se ne avvedesse del lascivo amor della donna, non però osava dirle cosa alcuna; temendo sempre di non perturbarla et offenderla. Ma la già infiammata donna, accortasi della dappocaggine di Travaglino, dissegli: Travaglino, qual è la causa, che così pensoso ti stai, e non ardisci meco parlare? Ti sarebbe per aventura venuto alcuno desiderio di me? Guarda bene, et non tenere il tuo volere nascosto, perciocchè te stesso offenderesti, et non me, che sono ai tuoi piaceri e comandi. Il che udendo Travaglino, molto si rallegrava; e faceva sembiante di volerle assai bene. La sciocca donna, vedendolo già del suo amore acceso, et parendole già esser tempo di venir a quello, ch'ella desiderava, in tal maniera gli disse: Travaglino mio, io vorrei da te un gran piacere. Et quando me lo negasti, direi ben certo, che poco conto facesti dell'amor mio; e forse saresti cagione della rovina, anzi della morte mia. A cui rispose Travaglino: Io sono disposto, Signora, di ponere per amor vostro la propria vita, non che la robba; et avenga, che voi cosa difficile mi comandaste, nondimeno l'amore, ch'io vi porto, et voi verso me dimostrate, facilissima la farebbe. Allora Isotta, preso maggior ardire, disse a Travaglino: Se tu mi ami (come credo, o parmi di vedere) hora lo conoscerò.==Comandate pur, Signora mia, rispose Travaglino, che apertamente lo vederete.==Altro da te non voglio, disse Isotta, se non il capo del toro dalle corna d'oro; et tu disponi poi di me, come ti piace. Questo udendo Travaglino, tutto stupefatto rimase; ma, vinto dal carnale amore e dalle lusinghe dell'impudica donna, rispose: Altro non volete da me, Signora mia? non che il capo, ma il busto, e me stesso pongo nelle vostre mani. E questo detto, prese alquanto d'ardire; et abbracciò la donna; et seco consumò gli ultimi doni d'amore. Dopo, Travaglino, troncato il capo del toro, et messo in una sacchetta, ad Isotta il presentò. La qual contenta, sì per lo desiderio adempito, sì anche per lo piacere ricevuto, con più corna, che podere, a casa se ne ritornò. Travaglino (partita che fu la donna) tutto sospeso rimase; et cominciò pensare molto, come fare dovesse per iscusarsi della perdita del toro dalle corna d'oro, che tanto ad Emiliano suo padrone piaceva. Stando adunque il misero Travaglino in sì fatto tormento d'animo, nè sapendo, che si fare o dire, alfine imaginossi di prendere un ramo di albero rimondo, e quello vestire di alcuni suoi poveri panni, et fingere, che egli fusse il patrone, et isperimentare, come far dovesse, quando sarebbe nel cospetto di Emiliano. Acconciato adunque il ramo di albero in una camera con la baretta in testa et con gli vestimenti in dosso, usciva Travaglino fuori dell'uscio della camera. Et dopò dentro ritornava; et quel ramo salutava, dicendo: Buongiorno patrone. Et sè stesso rispondendo, diceva: Benvenga Travaglino, et come stai? che è de fatti tuoi, che, già più giorni, non ti hai lasciato vedere?==Io sto bene, rispondeva egli, sono stato occupato assai, che non puoti venire a voi.==Et come sta il toro dalle dorate corna? diceva Emiliano. Et egli rispondeva: Signore, il toro è stato nel bosco da lupi divorato.==Et dove è la pelle, et il capo colle corna dorate? diceva il padrone. Et qui restava, nè più sapeva che dire; et addolorato, ritornava fuori. Dopo, se ne ritornava dentro la camera, e da capo diceva: Iddio vi salvi, padrone.==Ben ti venga, Travaglino, come vanno i fatti nostri, e come sta il toro dalle dorate corna?==Io sto bene, signore; ma il toro un giorno mi uscì dalla mandra, et combattendo con gli altri tori, fu da quelli sì sconciamente trattato, che ne morì.==Ma dove è il capo, et la pelle? et egli non sapeva più che rispondere. Questo avendo fatto più volte Travaglino, non sapeva trovare iscusatione, che convenevole fusse. Isotta, che già era ritornata a casa, disse al marito: Come farà Travaglino, se egli si vorrà iscusare con Emiliano suo patrone della morte del toro dalle corna d'oro, che tanto gli aggradiva, che non li pianti qualche menzogna? Vedete la testa, che meco ho recata in testimonianza contra lui, quando dicesse la bugia. Ma non li raccontò, come gli aveva fatte due corna maggiori di quelle d'un gran cervo. Lucaferro, veduta la testa del toro, molto si rallegrò, pensando della questione esser vincitore; ma il contrario (come di sotto intenderete) gli avenne. Travaglino, avendo fatte più proposte et risposte con l'uomo di legno, non altrimenti, che se fusse il proprio patrone, con cui parlasse, et non vedendo niuna di loro riuscire secondo il desiderio suo, determinò senza altro pensamento di andare dal patrone, intravenga ciò, che si voglia. Et partitosi, et andatosene a Bergamo, trovò il patrone; et quello allegramente salutò. A cui, reso il saluto, disse: E che è dell'anima tua, Travaglino, che già sono passati tanti giorni, che non sei stato qui, nè si ha havuto novella alcuna di te? Rispose Travaglino: Signore, le molte occupationi mi hanno intertenuto.==Et come sta il toro dalle corna dorate? disse Emiliano. Allhora Travaglino; tutto confuso, et venuto nel viso come bragia di fuoco, voleva quasi iscusarsi, et occultare la verità. Ma, perchè temeva di mancar all'honor suo, prese ardimento; et cominciò la historia di Isotta, e li raccontò a punto per punto tutto quello, ch'egli aveva fatto con esso lei, et il successo della morte del toro. Emiliano, questo intendendo, tutto stupefatto rimase. Onde, per aver Travaglino detto la verità, fu tenuto uomo veridico e di buona estimatione, et Emiliano restò vittorioso del podere, et Lucaferro cornuto, e la ribalta Isotta, che credeva altrui gabbare, gabbata et vergognosa rimase».

[2] Notevole è la tendenza, che hanno i dialetti nostri, a distinguere uno ed una, articoli, da uno ed una, numerali. I milanesi han fatto dei primi on ed ona e de' secondi vun e vunna, (voeunna). I napoletani adoperano come articoli 'no (nu) e 'na; ed uno ed una per numerali).

[3] Teneva, alla spagnuola, per avere. Ad una napolitana, che diceva:—«Tengo un gran mal di capo;»—rispondeva un fiorentino:—«O s'io non glielo veggo in mano? Me lo mostri un po' per vedere».—A Bertrando S...., che porgeva un francescone ad una cambiamoneta, dicendole:—«Tieni la moneta?»—venne risposto:—«O che me l'ho a tener davvero, la moneta?».—La prima e di teneva, le due di veretà e generalmente tutte le e disaccentate non finali sono così tenui e strette, da confondersi quasi, come da alcuni effettivamente si confondono con l'i.

[4] Nisciuna, nessuna. Giordano Bruno adopera spesso questo napoletanesimo.

[5] 'O mettette nomme, gli (lo) mise nome; Giuseppe 'a Veretà, Giuseppe la Verità. Il De Ritis scrive sub La:—«Spesso, nella pronunzia, la L viene totalmente abolita, e talvolta benanche nella scrittura, comunque i buoni autori se ne guardino, specialmente nella prosa; e se accade, che l'usino in poesia, a mera licenza o (a dir meglio) poltroneria, vuole attribuirsi. Pure, non mancano scrittori, che di questa aferesi si compiacciono, la quale il dialetto napoletano col comune italico potrebbe mettere a paragone, come il portoghese col castigliano; e, nella veneranda archeologia, come l'attico col comun greco. Checchè ne sia, il Del Piano non altramente elaborava le sue canzoncine spirituali, se non con questo sistema:

«Chi p' 'a famme ss'allamenta,

Chi p' 'a sete e chi p' 'o fuoco...

Che seccà' ve pozza 'a lengua...

«E così sempre. Egli è chiaro, che gli articoli, così attenuati alla semplice vocale, esigono uno strascico e quasi una duplicazione di pronunzia».—Il cavaliere Raffaele D'Ambra scrive poi:—«L'a, in luogo dell'articolo la, si tollera nel dialetto parlato; ma è un errore nella scrittura, dove si ha a segnare tutto intero».—«Grecamente del la articolo, mangiasi l'l nella pronunzia plebea. Esempii: A mamma, la mamma; a scuffia, la cuffia. Ciò sarebbe errore nella scrittura».—Sarebbe errore, è errore! perchè? Se così si dice, e non altrimenti? E che c'entra la Grecia? Ci avevamo la lingua scritta e la parlata: ora, il D'Ambra ci vuol regalare anche il dialetto scritto ed il parlato, tanto per aumentar la confusione. Questo dialetto scritto, diverso dal parlato, non altro sarebbe se non un gergo convenzionale: e tale è pur troppo; giacchè piace al più gli scrittori vernacoli di storpiar del pari la lingua aulica e lo idioma domestico. In Napolitano si dice quasi sempre 'a e non la; 'o (oppure 'u) anzichè lo e la, semprechè la parola seguente cominci per consonante. Se ne' canti popolari si usasse lo e la, i versi zoppicherebbero quasi tutti. Così pure si dice 'e bacche e non le bacche (le vacche); 'e bitelle e non le bitelle (le vitelle).

[6] Accussì, così.

[7] Li spiava, le chiedeva. Spià', chiedere, domandare, interrogare. Vedi Varie Poesie | di | Niccolò Capassi | Primario Professore di Leggi | nella R. Università di Napoli || In Napoli MDCCLXI | Nella stamperia Simoniana | Con permesso de' Superiori. Achille dice a Grammegnone (Agamennone):

Spia un a uno (e bide che te dice):

Sì li trojane l'erano nemmice?

Gregorio De Micillis scrive:—«Nell'edizione Simoniana delle Poesie varie di questo autore, e ne' suoi Sonetti in dialetto patrio, da me pubblicati l'anno 1789, leggesi Capassi, e non Capasso, e male; perchè in tutte le sue lettere, ed in altre scritture di sua mano, egli sottoscrisse sempre il suo cognome coll'o in fine e nommai coll'i, come, affettando un certo fiorentinismo, sogliono praticare i moderni. Il nostro Grandi, nell'eccellente trattato dell'Origine de' cognomi gentilizî, condanna questo abuso e ne fa vedere l'irragionevolezza con pruove, che non ammettono risposta. Vedilo alla pag. 284 e seguenti della detta Opera.»—Così può leggersi ne Le opere | di | Niccolò Capasso | la maggior parte inedite | Ora per la prima volta con somma diligenza raccolte, | disposte con miglior ordine | e di Note | ed Osservazioni arricchite | da Carlo Mormile |. Si è aggiunta in questa prima compiuta edizione | la vita dell'autore nuovamente scritta | da Gregorio De Micillis. | Volume Primo. || In Napoli MDCCCXI. | Presso Domenico Sangiacomo | Con licenza de' Superiori. Pure, malgrado la disapprovazione del Grandi e malgrado tutte le buone ragioni, che consiglierebbero a mantenere inalterati i cognomi, li vediamo continuamente alterati da noi e nella scrittura e nella pronunzia, o per fuggire equivoci osceni, o per ingentilirli e per ravvicinarli al tipo aulico, o per altre cagioni. Così, per esempio, il sommo storico Carlo Troya, voleva il suo scritto con l'y anzichè con l'i o con la j. Le famiglie Culosporco, Stracazzi, Figarotta, si fanno ora chiamare Colosporco, Stragazi, Fecarròta. Il commendator Marvasi, era figliuolo e fratello di Marvaso. Un Torelli, di origine albanese, giornalista, padre di un noto commediografo, è fratello e zio e figliuolo di tanti Turiello. Conosco un Rossi, ch'era fino a pochi anni fa semplicemente Russo. Gl'illustri Silvio e Bertrando Spaventa appartengono ad una famiglia De Laurentiis, la quale cominciò a farsi chiamare De Laurentiis-Spaventa, quando entrò in essa l'ereditiera della famiglia Spaventa; in poche generazioni il cognome originario s'è obliterato ed è stato surrogato del tutto dallo avventizio. Mille altri casi simili potrei citare.

[8] Isso, masch. sing. Iessa femm. sing.

[9] Ssi prisintava 'ô Re; dicette 'nfacce 'â mugliera (Vedi più giù nel conto intitolato: 'E corna). Quell'ô e quell'â si hanno a pronunziar lunghe e sono contrazioni di a 'o ed a 'a, cioè allo ed alla. Nel racconto di Viola troveremo: e 'o dicette 'ê sore; cioè: alle sorelle. , contrazione di a 'e.

[10] Chiatte, grasse. Evidentemente da πλατὐς, εïα, ὐ: largo, amplo. Anche i greci chiamavano πλαταïς i corpulenti, gli aitanti della persona. Nunziante Pagano, parafrasando la Batracomiomachia d'Omero, fa dire a Sfrattafrecole:

E a 'st'ommo, a 'st'ommo dico, gruosso gruosso,

Co' piede e gamme e corpo accossì fatto,

Ch'affronte a nuie porrisse dì' coluosso,

Ossuto o luongo o curto o sicco o chiatto,

'Ncopp'a lo lietto saglio, niente scuosso,

E lieggio bello mme l'accosto guatto,

E doce doce, se dorme cojeto,

Le roseco lo dito e no' lo sceto.

[11] Currivo, sdegno. La parola ha anche altri sensi, per esempio, quello, che si rileva dal seguente brano del Fuggilozio del Costo:—«Vengon biasimati coloro, che vergognandosi di negare a chiunque lor dimanda, patono in quell'istante la penitenza del lor fallo, perchè, donando a chi non vorrebbono, donano con pentimento e con dispiacere grandissimo. E, quel ch'è peggio, si è, che questi tali non sono poi meritevoli del titolo della liberalità, sì come dottamente vien definito da Aristotele, ma son chiamati, com'usa in Napoli, corrivi.»—

[12] Nce 'o, (ce lo) glielo; ma s'ha a prununziare nciò, in una sillaba e con l'o stretta.

[13] Le facette, fece loro.

[14] Con queste interjezioni si accompagna quel gesto volgare, che indica un palmo di naso. Quindi—«rummannettero to to»—equivale a:—«rimasero con un palmo di naso.»


[I. bis.—GIUSEPPE 'A VERETÀ.]
(Variante del conto precedente)
(Raccolta anch'essa in Pomigliano d'Arco)

'Na vota nce steva 'nu signore, ca pe' guarzone[1] teneva 'nu massaro[2], ca sse chiammava Giuseppe e nun diceva nisciuna buscìa. Ogne matina ieva addò[3] chillo Signore e sse pigliava 'ô cafè[4] e deceva:—«Baggiorno,[5] padrò.»[6]—«Baggiorno, massa': e baccarelle[7] comme stanno?»—«Chiatte e belle.»—«E Corna r'oro[8]?»—«È fatto comm' a 'o toro»—E ogne matina sse faceva sempe 'a stessa storia. 'E signure[9] ievano sempe a piglià' 'o cafè addò chillo signore; e chisto faceva canoscere a tutte com' isso teneva 'nu servo, ca deceva sempe[10] 'a veretà. 'E signure recettere:—«Ebbe', nui recimmo, ca 'o servo tujo pure rice 'na buscia.»—Respunnette isso;—«Che nce vulimmo scummettere, ca chillo rice 'a veretà?—«Scummettimmece a 'na massaria.»[11]—Sse ne scennettere 'a coppa addò chisto signore e mannavane 'na figliola addò Giuseppe. Iette chesta e le rice:—«Te ronghe[12] ciento rucate e acciri a Corna r'oro?»—Giuseppe respunnette:—«l'acciro a Corna r'oro? e po', quanno vaco 'ngoppa addò 'o signore, rico 'a buscia?»—Rice:—«Te ronghe ruiciento rucate.»—«No.»—«Te ne ronghe mille.»—«No!» —«Cincumila.»—Giuseppe accirette a Corna r'oro e chesta femmina sse ne iette. Isso po' n'aveva[13] comme ricere e penzava:—«Mò', quanne è dimane, Giuseppe a' Veretà ha da ricere 'a buscìa. Basta, mo' rico: È binuta 'na figliola, ca cu' 'e maniere ssoje e cu' 'e parole ssoje;[14] e allurtemo ièssa rise e i' risi, e Corna r'oro pe' iessa haggio acciso.»—Iette addò 'o signore 'a matina:—«Baggiorno, padrò'.»—«Baggiorno, massa'. 'E baccarelle comme stanno?»—«Chiatte e belle.»—«E Corna r'oro?»—«Padrò', è binuta 'na figliola, ca cu' 'e maniere ssoje e cu' 'e parole ssoje, e all'urtimo iessa rise e i' risi, e Corna r'oro pe' iessa haggio accise.»—«Ebbiva Giuseppe 'a Veretà, ebbiva!»—sse mettettere alluccà'[15] tutte quante. E accussì sse canuscette averamente[16] chi era Giuseppe.

[NOTE]

[1] Guarzone, plurale, guarzune; facendo i nomi in one il plurale in une. Vedi nel Lo Tasso Napoletano l'ottava XI del canto VII.

Si poco avimmo, manco addesiammo;

E lo poco magna' maje fece danno.

Chille tre mme so' figlie; e nce guardammo

'Ste pecore, e guarzune no' nce stanno.

L'autore postilla:—«E garzoni non ci sono, cioè: Non ho servi».—Il D'Ambra non ha sicuramente badato a questi versi del Fasano, quando ha definito Guarzone:—«Colui, che attende all'ordinario servizio della bottega, della fabbrica, dell'officina, Garzone, Fattorino.»—

[2] Massaro, fittajuolo d'una grossa tenuta.

[3] Bisogna distinguere addò, da, da addò', dove. Nel Vocabolario | Napolitano-Toscano | domestico | di Arti e Mestieri | del Professore | Raffaele d'Ambra | da Napoli | A spese dell'Autore | MDCCCLXXIII (in 8., XII-554 pag. oltre una non numerata in fine, che contiene un Avvertimento; otto anche innumerate in principio, che contengono un discorso proemiale; e finalmente il frontespizio ed il ritratto dell'Autore) è detto, sub A:—«A prep. riprende il d alla latina innanzi alle parole, che cominciano da vocale. Le frasi a do mammata, a do masto, a do te, e simili, che si ascoltano tra fanciulli, non sono, che della sola pronunzia, dovendosi usare l'abl. nella scrittura: esse si vogliono reputare attenuaz. verb. delle frasi lat. ad matrem tuam, ad magistrum, e simili.»—Non posso consentire col D'Ambra. Addò, nel significato risponde ad apud (latino) chez (francese) e soprattutto sempre al da italiano. In alcuni casi ho scritto a d' 'o; e credo, che difatti sia sorto da queste tre parole quasi a da il. Nèd è vero che l'addò preposizione, sia solo dell'uso infantile; è anzi dell'uso universale. Nè so comprendere, come, in un dialetto, una espressione possa esser della sola pronunzia e s'abbia da schivare e fuggire scrivendo. C'è o non c'è; si dice o non si dice: è quistione di fatto.

[4] Cafè, con una f. Questo costume moderno ha dovuto essere introdotto da poco nella fiaba. Quantunque vien affidato alla tradizione ed alla memoria si va lentamente alterando.

[5] Baggiorno, contrazione volgare di buon giorno.

[6] Si noti la tendenza del Napoletano a creare una forma speciale pel vocativo, troncando il nome: Padrò, per padrone; massà' per massaro; cumpariè' per cumpariello, Franceschiè' per Franceschiello, gnò' per 'gnore (signore) e via discorrendo. Nel chiamare, frequentissimamente si ripete la parola, troncando la seconda per maggior energia, p. e. Mamma, Ma'! Rosa, Ro'!—Nel verbo accade lo stesso fenomeno nello imperativo: Vide, vì! Butta 'o pede; butta, bu'! Aspè', spè'! Dimme, dì! Quasi che il tronco sia necessario per significare il comando.

Vide, Pallade mmia, vi' che sconquasso!

Pagano. Batracom. II. 20.

Dimme, dì, a chi sì' figlio e da do' viene?

Pagano. Batracom. I. 6.

—«Aspè! aspè'!»—Volea cchiù dì'; ma 'n chesto

Tremmaje la grotta e la terra ss'aprie.

Perruccio. Agn. Zeff. V. 15.

[7] Nel racconto precedente abbiamo vista 'e bacche, 'e bitelle; qui ci abbiamo 'e baccarelle; appresso vedremo 'a beretà; tutte parole nelle quali il v si muta in b, per effetto della vocale accentuata, che precede. Così per regola dovrebbe farsi sempre. E quando non accade, è corruzione. Molto può in queste mutazioni anche l'eufonia ed il capriccio individuale, come in parecchie cose accade anche in Italiano; p. e. per l'aumento innanzi alle parole comincianti da s impura, che seguono a consonanti, pe' troncamenti, ecc.

[8] Corna r'oro, nome proprio del toro, che mi fa sospettare, che prima l'animale affidato a Giuseppe dovesse essere crisocerio. E questo particolare sarebbe importantissimo, volendo investigar l'origine mitologica del conto. Cf. con la Novella straparolesca. Ma queste nostre versioni del racconto sono molto sfigurate ed impoverite di particolari.

[9] Signure, plurale di signore; i nomi in ore fanno il plurale in ure, come quelli in one il fanno in une.

[10] Sempe, sempre. Ma sempre dicesi pure talvolta. Ecco le due forme adoperate in soli quattro versi (se pure non è licenza de' tipografi) da Andrea Perruccio (Agnano zeffonnato, II, 2).