IVANHOE


WALTER SCOTT


IVANHOE

OSSIA

IL RITORNO DEL CROCIATO

DI
WALTER SCOTT

VERSIONE DEL PROFESSORE
G. BARBIERI

Illustrato di Tavole incise a bulino prese dalle rinomate del pittore
F. HAYEZ

Giunta credei del mio partir l'aurora;

Dissi agli amici addio; qui stommi ancora.

Prior.

VOLUME UNICO.

MILANO
Presso il Libraio Editore G. Reina
1843.


IVANHOE

O SIA

IL RITORNO DEL CROCIATO


CAPITOLO PRIMO

«Tal favellando riducean l'armento

De' loro porci con fatica al chiuso:

Che un patto innanzi fean, tre di rilento,

Quelle bestie, e acordanti, come d'uso

Parean grugnir: «noi distogliamo a stento

Dal loto il ventre e dalle ghiande il muso.»

In quella ridente piaggia dell'Inghilterra cui portano fecondità e delizie l'acque del Don, sorgeva un dì vasta foresta, dietro la quale s'ascondeano in gran parte le montagne e le valli situate fra Sheffield e la deliziosa città di Doncaster. Vedonsi tuttavia gli avanzi dell'antica selva ne' sontuosi dominii di Wentworth e di Warncliffe-Park e nei dintorni di Rotherham. Quivi è che la tradizione colloca il teatro de' guasti operati dal favoloso drago di Wactley. Quivi accaddero alcune fra le sanguinose battaglie, che le civili discordie della Rosa Rossa e della Rosa Bianca eccitarono. Quivi pure fiorirono quelle bande di prodi, che furono in origine cacciatori di contrabbando, e che, proscritti in pena di tale colpa, si fecero per necessità masnadieri, e le cui imprese, ciò nonostante sono celebri nelle antiche ballate inglesi.

Ella è questa la scena de' fatti che imprendiamo a narrare; storia che si riferisce alla fine del regno di Riccardo I, allorquando questo principe giaceva nei ferri, e il suo riscatto desideravano, più di quanto lo sperassero, i sudditi suoi, stanchi e tratti a stremo da tutte quelle calamità, che tiranni secondarii possono far provare ad una misera popolazione. I nobili, il cui potere era divenuto esorbitante nel durar del regno di Stefano, e ricondotti appena ad una specie di soggezione alla corona dalla saviezza di Enrico II, aveano riassunta tutta l'antica loro licenza, cui si abbandonarono più sfrenatamente che mai. Facendosi costoro scherno delle rimostranze di un debole consiglio di Stato, affortificavano le proprie castella, cresceano il numero delle loro creature, riduceano in vassallaggio tutti i paesi circonvicini, nè omettevano ogni possibile espediente, per raccogliere forze che lor bastassero a ben comparire nelle politiche agitazioni, delle quali era minacciata l'intera contrada.

Ned era migliore la condizione di quella classe di nobili, che veniva tosto dopo i grandi baroni, di quella classe detta comunemente Franklin[1] indipendente giusta le leggi inglesi dalla feudale tirannide. Ma precario era divenuto per essi un tale diritto. Se, come accadea d'ordinario, questi Franklin si metteano sotto la protezione d'alcuno fra i piccoli monarchi confinanti, accettando qualche carica feudale nelle case de' medesimi, ovvero se con un negoziato di lega si obbligavano a soccorrerli in tutte le loro imprese, a tal prezzo ottenevano per vero dire una tranquillità temporanea; ma gli era il prezzo di quell'indipendenza cotanto cara ad ogni cuore inglese, oltre al rischio di dovere sovente prendere parte nelle spedizioni le più temerarie, che ambizione potesse suggerire al loro proteggitore. Per altra parte i grandi baroni avevano in loro arbitrio tante vie di vessare e d'opprimere, che trovavano ognora un pretesto, e rado mancavano di volontà per tribolare, perseguire, disastrare que' meno possenti vicini che cercavano sottrarsi alla loro autorità; o che pensavano una condotta tranquilla e le leggi del paese essere bastante schermo per essi contro il pericolo di que' tempi.

Le conseguenze della conquista dell'Inghilterra, operata da Guglielmo, duca di Normandia, non contribuirono poco ad aumentare la tirannide dell'alta nobiltà ed i patimenti delle classi inferiori. Quattro generazioni non aveano bastato per fare del sangue ostile dei Normanni e di quello degli Anglo-Sassoni un sangue solo, nè per congiungere coi vincoli d'uno stesso idioma e de' communi interessi due nemiche schiatte, l'una delle quali respirava ancora l'orgoglio del riportato trionfo, l'altra deplorava tuttavia la vergogna della sofferta disfatta. L'esito della giornata di Hastings avea concentrata ogni autorità nelle mani della nobiltà normanna, la quale, siccome l'accertano i nostri storici, non ne aveva usato con moderazione. Le famiglie dei principi e nobili Sassoni, tranne un piccolissimo numero, erano state annichilate o spogliate, e rarissime furono, che ne' paesi governati dai loro maggiori possedessero ancora i dominii di seconda o di terza classe. Perchè la politica di Guglielmo e de' suoi successori si stette nell'affievolire, fosse per vie legali od illegali, la forza di una parte di popolazione, considerata, nè a torto, da questi principi come quella che nudriva l'odio il più inveterato contro i conquistatori dell'Inghilterra. Tutti i re di stirpe normanna non trascuravano occasione di mostrarsi grandemente parziali alla parte normanna de' loro sudditi. Laonde le leggi proibitive della caccia, e molte altre, pria sconosciute al codice sassone, ed estranee ai miti e liberi principii sui quali fondavasi, vennero introdotte nell'Inghilterra, quasi a crescer gravezza ai ceppi di cui andavano carichi i suoi debellati abitatori. Così alla corte come entro le castella dell'alta nobiltà, ov'era grande la sollecitudine d'imitare la pompa e la magnificenza della Corte, altro idioma non parlavasi che il francese. Fu questo l'idioma onde si perorava ne' tribunali, in quest'idioma soltanto i giudizi si profferivano. In una parola esso era l'idioma dell'onore, della cavalleria e della giustizia, intanto che l'anglo-sassone, più maschio ed espressivo, si abbandonava ai contadini e al basso volgo che d'altra lingua non conoscea. Pure la necessità d'intendersi fra i signori delle terre e gli enti d'inferior lega che le coltivavano, diede origine a mano a mano ad un nuovo dialetto, che non era nè tutto francese nè tutto anglo-sassone. Tal si fu l'origine dell'idioma inglese presente. La lingua de' vincitori e quella dei vinti insieme si confusero con felice lega, e ne nacque la nuova, arricchita indi a grado a grado dalle conquiste fatte sulle lingue classiche e su quelle che si parlano dalle nazioni del mezzogiorno europeo.

Tal era lo stato delle cose in que' tempi, ed ho creduto opportuno il narrarle, non già perchè la storia dopo il regno di Guglielmo II, detto il Rosso, contenga o guerre o sommosse, o tai grandi avvenimenti che presentino gli Anglo-Sassoni sotto aspetto di nazione separata; pure mi giova che i miei leggitori nel corso di questa narrazione abbiano sempre dinanzi agli occhi la linea di confine, onde si mantennero disgiunti i discendenti dei Normanni dai discendenti dei Sassoni, e per gli odiosi privilegi che i conquistatori si arrogarono sui conquistati, e per la rimembranza, sgradevole ai secondi, di quanto furono a confronto di quel che erano divenuti; rimembranza che durata fino al regno d'Edoardo III, conservò aperte le piaghe fatte dalla conquista.

Il sole già al suo tramonto indorava una fra le parti più apriche e deliziose della foresta poc'anzi descritta, la quale però non era diradata cotanto che non mandassero ombra al sottoposto erboso suolo i folti rami di più centinaia di quercie che i secoli coronarono, e che videro forse il passaggio de' trionfanti romani eserciti. In alcuni luoghi di questo sito amenissimo sorgeano betulle, agrifogli ed altre piante cedue d'ogni specie, le cui frasche s'intralciavano in guisa che ascondevano i raggi del sol cadente. Altrove gli alberi, scostandosi gli uni dagli altri, mostravano all'occhio, vago d'addentrarsi quanto potea ne' loro avvolgimenti, una serie di lunghi ed irregolari viali, cui l'immaginazione riguardava siccome sentieri selvaggi che a luoghi più selvaggi ancor conduceano. Qui la rossa luce degli ultimi raggi, rotta dalle foglie, assumea un color più pallido; là pompeggiava della sua porpora su zolle ignude d'alberi e pronte ad accoglierla per intero. Uno di que' maggiori diradamenti della selva sembrava essere stato un dì sacro alle cerimonie superstiziose de' Druidi, perchè sulla vetta di piccolo poggio, regolare sì che sarebbesi detto umano lavoro, vedeansi gli avanzi d'un cerchio di sassi greggi ed enormi. Sette di questi rimanevano ancora all'antico loro sito, gli altri ne erano stati smossi forse dallo zelo di alcuni fra i primi neofiti del cristianesimo; e quali allontanati di pochi passi, quali tratti sino al pendio della collina, un solo di questi precipitato fino alla radice di essa, arrestando in suo corso un ruscelletto, lo costrinse a sormontar tale ostacolo, onde soltanto d'indi in poi cominciò quel rivo a susurrar gratamente.

Due singolari personaggi teneano in allor quella scena. I modi esterni loro e le vesti presentavano quell'indole di selvaggia rusticità, per cui in que' remotissimi tempi andavano contraddistinti gli abitanti occidentali della contea d'York. Il più attempato d'essi parea un contadino ruvido ed ignorante oltre ogni dire, e vestiva abito semplicissimo, che era una specie di giustacuore colle maniche, fatto colla pelle concia di qualche animale, cui si era lasciato in origine il pelo, ma logoro sì questo pelo che ne rimaneano sol poche falde, nè si potea ravvisare dalle medesime a quale bestia avesse appartenuto. Scendea tale abito dal collo al ginocchio, e tenea vece dell'altre vesti che sogliono immediatamente coprire il corpo. Fornito d'una sola apertura nella parte superiore, era questa assai larga, affinchè vi passasse la testa, onde appariva ad evidenza, che si addossava nello stesso modo con cui oggi si suol mettere una camicia, o come il giaco ne' dì più rimoti. I costui piedi erano difesi da zoccoli che coreggie di cinghiali annodavano. Due liste di cuoio più sottile partivano da questi zoccoli e s'avvolgeano incrocicchiate fino alla metà della gamba, lasciando poi ignudo il ginocchio come usano anche oggidì i montanari scozzesi. La tonaca da noi descritta era stretta al corpo col ministerio d'una cintura di corame, che un fibbiaglio d'ottone chiudeva. Pendeano a questa da un lato una specie di saccoccia, e dall'altro un corno di montone, foggiato ad essere stromento da fiato; e le era parimente raccomandato un lungo coltello da caccia, largo di lama, puntuto, a due tagli, e guernito di manico d'osso, arme che fabbricavasi in que' dintorni e che fin d'allora nomavasi coltello di Sheffield. Quest'uomo portava il capo scoperto, e i suoi capelli d'un color rosso carico erano serrati in varie strettissime trecce. Non mi rimane a descrivere che una parte del suo aggiustamento, troppo degna d'osservazione per potersi dimenticare; ed era un collare di ottone simile a quello di un cane, ma che non si apriva, onde chi lo portava non poteva levarselo mai dal collo se non ricorreva alla lima, largo però quanto bastava a non impacciargli nè il moto nè il respiro. Su di questo collare leggevasi in caratteri sassoni la seguente iscrizione: «Gurth, figliuolo di Beovulfo, nato servo di Cedric di Rotherwood.»

Presso questo porcaiuolo, chè tale era la professione di Gurth, stava seduto sopra uno di que' sassi da noi menzionati altro uomo, che di dieci anni sembrava più giovine del compagno, e che vestito di abito, quanto alla forma, simile a quello di Gurth, ne diversava nell'essere ricco ed elegante. D'un bel colore di porpora era il giustacuore, sopra cui stavano dipinti in varii colori e alla meglio diversi ornati grotteschi. Aggiungevasi un mantello di panno cremisino, alquanto macchiato, per vero dire, e ornato d'una lista color d'arancio vivacissimo, il qual mantello gli scendeva a mezza coscia soltanto. E tale era ch'ei poteva portarlo come più gli piaceva, o sopra una spalla, o sopra l'altra, o avvilupparvi tutta la parte superiore del corpo, la qual cosa, attesa la poca lunghezza del mantello medesimo, non contribuiva di leggeri a rendere bizzarro sì fatto arredo. Andavano le costui braccia ornate di smaniglie d'argento e d'argento pure n'era il collare che portava la seguente iscrizione: «Wamba, figliuolo di Witless, nato servo di Cedric di Rothervood.» Non dissimili dai zoccoli di Gurth erano quelli di Wamba, ma invece che a questo tenessero luogo di calze le stringhe di cuoio incrocicchiate attorno alla gamba, portava egli due cose (quella specie di stivaletti, che i francesi chiamano guêtres) l'una rossa e l'altra gialla. Copriva il capo di un berrettone, guarnito di sonaglietti eguali a quelli che vediamo attaccarsi al collo dei falchi, onde se ne udiva il suono e qualunque moto ch'egli facea; cosa che accadeva di frequente, perchè cambiava di postura ad ogni minuto. La parte inferiore di questo berrettone vedeasi orlata d'una fascia di cuoio, frastagliata a foggia di corona, e la superiore acuminata gli ricadea sulle spalle a guisa delle antiche nostre berrette da notte, o d'un berrettone d'ordinanza d'un ussero odierno. A questa parte del suo acconciamento da testa erano attaccati i sonaglietti. Tal circostanza, la forma del berrettone, e l'apparenza stessa della sua fisonomia, che indicava un capo sventato, benchè non privo dalla sua buona dose di malizia, annunziavano esser egli un di quegli enti allor conosciuti sotto nome di buffoni, mantenuti dai grandi per disannoiarsi delle molte ore penose che erano costretti a passare nei loro castelli. Non meno del compagno aveva una saccoccia attaccata alla cintura, ma non gli si vedeva nè il corno nè il coltello da caccia, chè forse sarebbesi riputata imprudente cosa il confidare armi a questa razza di gente. Invece del coltello portava egli una sciabola di legno non diversa da quella con cui Arlecchino opera i suoi prodigi nelle moderne nostre burlette pantomimiche.

La fisonomia e il contegno di questi due uomini presentavano una diversità sorprendente al pari del loro abito. Parea d'uomo angoscioso il sembiante di Gurth. Tenea egli bassa la testa dando a divedere tale sconforto, che sarebbesi detto indolenza, se la vivacità che brillava nei suoi sguardi, ogni qual volta gli alzava, non avesse indicato che, a malgrado di sì tetro invilimento, il suo cuore sentiva l'oppressione cui vedevasi condannato, e nudriva il desiderio di liberarsene. In vece la fisonomia di Wamba non annunziava se non se una vaga curiosità, un tal quale irrequieto bisogno di cambiare atteggiamento a tutti gl'istanti, e la baldanza inspiratagli dall'onorevole carica ch'egli occupava e dall'abbigliamento di cui ornavasi. I dialoghi di questi due individui si facevano in anglo-sassone, la qual lingua, come già il dissi, era divenuta quella delle classi inferiori, se si eccettuino i soldati normanni e le persone attenenti al personale servigio dell'alta nobiltà.

«Possa la maledizione di san Withold venire addosso a questi sgraziati porci!» disse Gurth dopo aver sonato per più riprese il suo corno onde raunare quella sparsa mandria, la quale con suono non meno melodioso rispondeva all'invito, nè molto curavasi di abbandonare il sontuoso desco di ghiande e di semi di faggio che l'ingrassavano, nè il torbido pantano fra cui l'avvoltolarsi era per molti di quel consorzio più soave cosa che l'ubbidire alla voce del loro guardiano. «Sì! che la maledizione di san Withold cada sovr'essi e sovra di me! Se qualche lupo da due gambe non me ne porta via qualcheduno questa sera, io non mi chiamo nemmeno Gurth. Vien qui, Fangs,» gridava egli a più non posso ad un cane di grande statura, per metà mastino, per metà levriere, che correva qua e là, come per eccitare il padrone a raccozzare il recalcitrante suo armento; ma o fosse mal avvezzata la bestia, o non intendesse i segni che gli facea il porcaiuolo, o non ascoltasse che un cieco impeto naturale, sparpagliava col suo matto correre i porci, e aumentava il disordine anzichè porvi riparo.

«Possa il diavolo strapparti i denti che ti rimangono» esclamò allora Gurth «e l'inferno s'abbia quell'assassino di boscaiuolo che leva i denti davanti ai nostri cani! È egli possibile che così facciano il loro dovere? Wamba, a te Wamba! leva su, e se tu sei uomo, dammi un poco d'aiuto. Gira dalla parte di dietro la montagna, onde prendere il sopravvento ai miei porci, e vedrai che te li pari innanzi come se fossero innocenti agnellini.»

«Se ho ha dirtela» rispose Wamba senza cambiare postura «ho consultate su di ciò le mie gambe, e sono esse d'unanime avviso, che il portare i miei gioielli in mezzo a quella pozzanghera sarebbe colpa d'alto tradimento contro il mio sovrano e contro la mia guardaroba. Io ti consiglio dunque, o Gurth, a richiamare Fangs, e mettere la tua mandria nelle mani della Provvidenza. Vi sarà gente che ne prenderà cura, o si scontri essa in una truppa di soldati, o in una banda di cacciatori, od anche in una brigata di pellegrini, ai porci che hai in custodia non può mancare domani mattina la bella sorte di trasformarsi in normanni, la qual cosa non dev'essere una picciola consolazione per te.»

«I miei porci trasformati in Normanni! Spiegami questa faccenda, o Wamba: perchè io non ho nè l'ingegno assai acuto, nè lo spirito assai contento per interpretare gl'indovinelli.»

«Come nomini tu in sassone una di queste bestie da quattro zampe, che corrono grugnendo?»

«Che novità? hog, lo sa tutto il mondo.»

«E hog è buon sassone. Ma quando questa bestia è scannata, scorticata, squadrata ed appiccata ad un rampino a guisa d'un ribelle, allora in sassone come lo chiami?»

«Pork

«E anche questo tutto il mondo lo sa; ma quanto non sai tu è che hog è il nome normanno che porta questo animale vivo o morto che sia. Dunque finchè questo animale vive e vive sotto la custodia d'un servo sassone, conserva tuttavia il nome sassone, ed è un hog: ma se cade in man di gente sollecita di gozzovigliare a sue spese, o di venderne la carne, non mantiene il nome sassone di hog, fuorchè divenendo normanno. Se restasse sassone si chiamerebbe Pork[2]. Che ne pensi, amico Gurth?»

«Penso che è la verità, benchè uscita della bocca d'un pazzo: ma per san Dunstano che ella è una trista verità! Ci resta appena l'aria che respiriamo, e credo bene che anche questa ce l'abbiano lasciata con crepacuore, e solo forse per metterci in essere di sopportare meglio i pesi di cui ci caricano continuamente le spalle. Le carni le più belle e le più grasse sono per le loro mense, le donzelle le più avvenenti pei loro letti; ed i più bravi fra i nostri giovinotti vanno a compire i loro eserciti in terre straniere dove lasciano le proprie ossa; onde non rimane poi qui nessuno che abbia nè la forza nè la volontà di proteggere il povero Sassone. Dio benedica il nostro buon padrone Cedric! Egli si è comportato da uomo nel mantenere da vero sassone la propria dignità. Ma adesso che arriva nel paese Reginaldo Frondeboeuf in persona, la vogliam veder bella! — Qui! qui!» si diede a gridar verso il cane. «Bravo, Fangs, bravo, carino! Facesti il tuo dovere. Ecco finalmente tutta la mia mandria raccolta.»

«Gurth» soggiunse Wamba «ben mi accorgo adesso che tu mi tratti da pazzo. Altrimenti non saresti mai stato così imprudente da mettere la tua testa in bocca al leone. Una sola delle parole che avventurasti contro i Normanni, ripetuta a Reginaldo Frondeboeuf, o a Filippo di Malvoisin, ti basterebbe a perdere il tuo impiego di porcaiuolo, anzi a far bella comparsa, sospeso al più alto ramo d'una di queste quercie, per ispirare terrore a chiunque nell'avvenire si sentisse il prurito di sparlare contro queste grandi potenze.»

«Ma si può esser più cane di quel che il sei? Ho da credere che tu mi voglia tradire dopo avermi eccitato tu stesso a parlare?»

«Tradirti! Oh no! Sarebbe opera da uom d'ingegno. Un pazzo non può prestarti così importanti servigi. — Ma ascolta. Qual gente è che ci capita?»

Si udiva da lontano uno strepito che annunziava venire a quella volta una brigata numerosa di persone a cavallo.

«Io non m'inquieto per sapere chi sieno» rispose Gurth, che raccolti aveva i suoi porci, e col soccorso di Fangs li faceva entrare in uno di que' viali dianzi descritti.

«Voglio vedere chi sieno questi cavalieri» disse Wamba. «Essi vengono forse dal paese delle fate, incaricati d'un messaggio del re Oberon.»

«Ti possa soffocare la febbre!» sclamò Gurth. «Puoi tu parlare di simili cose, intantochè siamo minacciati da un terribile temporale? Non odi come mugghia il tuono? E non è distante che poche miglia da noi. Hai tu osservato che lampo? la pioggia comincia a cadere. Non ho mai veduti goccioloni sì grossi in mia vita. Non s'ode un soffio d'aria che spiri. Pure le frasche di queste quercie fan quel fracasso che annunzia orrenda tempesta. Tu puoi starti ragionando fino che vuoi; ma credimi una volta per tutte: spicciamoci di riguadagnare la nostra abitazione prima che il temporale incalzi. Ti predico che non sarà cosa sana per noi il trovarci questa notte a cielo scoperto.»

La forza di un tal ragionare persuase Wamba, datosi tosto ad accompagnare Gurth; il quale si pose in cammino dopo essersi munito d'un grosso bastone che raccolse a caso da terra; novello Eumeo che a grandi passi addentravasi nel viale facendo a prova col cane nel mandarsi avanti il gregge de' suoi immondi animali.

Qui! Qui! Bravo Fangs, bravo carino! Facesti il tuo dovere! Ecco finalmente tutta la mia mandria raccolta.

CAPITOLO II.

Era Priore, non più; ma in quel consorzio

Degno il credean di mitra; nè dal mondo

Avea quindi il sant'uom fatto divorzio.

Brïosi corridor, viver giocondo,

Caccie di cervi lo allettaro, e al desco

De' calici veder voleva il fondo.

Chaucer.

Aveva Gurth un bel rimproverare Wamba perchè camminava troppo adagio. Questi che dallo scalpitar de' cavalli comprendeva essere vicina la brigata di cui s'accorsero, abbracciava a mano a mano tutte le occasioni di fermarsi lungo la strada. Talvolta era una nocciuola a metà matura ch'ei voleva cogliere di mezzo alla macchia. Tal'altra volea trattenersi a dir qualche cosa ad una giovane villanella, in cui si scontrava. Non tardò pertanto a raggiugnerli la cavalcata, composta di dieci individui. I due che le stavano innanzi sembravano uomini d'alto affare, il restante era gente del seguito.

Non era malagevole il riconoscere a primo aspetto lo stato e la condizione di questi due personaggi. L'un d'essi era evidentemente un ecclesiastico, insignito di alta dignità. Portava egli l'abito monastico di Citeaux, ma d'un tessuto più fino assai di quanto lo permettea la stretta regola del Santo, fondatore dell'Ordine. Di bellissimo panno di Fiandra erano il mantello ed il cappuccio, increspati con tal arte che di leggiadro panneggiamento gli adornavano la persona. Graziosa ne era la fisonomia, comunque il troppo star bene le desse alquanto il contegno di chi pensa molto a sè stesso, nè maggiormente annunziasse macerazione e digiuno di quello che le sue vesti il mostrassero sprezzante del lusso e della pompa mondana. Regolari se ne scorgevano i lineamenti, ma di sotto delle palpebre, che per lo più tenea basse, sfavillavano a quando a quando lampi di fuoco epicureo che lui divulgavano amantissimo della buona tavola e delle gozzoviglie. Pure la sua professione ed il grado gli avevano insegnato a regolare il muto linguaggio d'una fisonomia ilare di sua natura e gioconda, ed alla quale sapeva a suo talento imprimere i modi che alla solenne gravità si appartengono. Senza darsi fastidio nè degli statuti del convento, nè delle bolle pontifizie, nè de' canoni del concilio, le maniche di questo magnate della Chiesa erano guernite di ricca pelliccia, e un fibbiaglio d'oro gli serrava al collo la parte superiore del mantello, e l'abito dell'Ordine indosso a lui offeriva quella medesima ricercatezza, che vediamo oggidì in alcune avvenenti e gentili donne quacchere, le quali senza abbandonare quel che diremmo uniforme della loro setta, colla scelta dei drappi e col modo di aggiustarseli alla persona, la semplicità del vestir loro condiscono d'un tal qual brio, che alla terrena vanità somiglia d'assai.

Il degno religioso cavalcava una superba mula, regolandone l'andatura fra il passo ed il trotto; sontuosamente bardamentata, avea questa la briglia adorna di campanelle d'argento, chè tal di quei tempi era l'uso. Stando a cavallo, ben lunge dal mostrare la claustrale inettezza, dispiegava la maestria e le grazie di peritissimo cavallerizzo. Pareva inoltre che sol momentaneamente avesse scelta sì modesta cavalcatura, perchè un frate laico di quelli del suo seguito conducea per la briglia tal cavallo di ricambio, che era uno fra i migliori giannetti cresciuti nell'Andaluzia. Regnava a que' dì grande lusso al proposito di tai corridori, che i mercatanti non senza gravi rischi e spese faceano venir dalla Spagna per venderli, a più caro prezzo ancora, ai personaggi ragguardevoli, e ricchi assai per farne compra. La sella e la gualdrappa del superbo palafreno coperte erano d'un panno, scendente a terra, e tutto ricamato di mitre, di pastorali e d'altri emblemi ecclesiastici. Un altro laico conducea una mula carica di bagaglie che senza dubbio erano gli arredi del personaggio or descritto. Due frati dello stesso ordine faceano il retroguardo, ridendo insieme e ciarlando, nè ponendo mente gran che alle altre persone di quella cavalcata.

Il personaggio che venivagli in compagnia mostrava un'età di circa quarant'anni. Rassembrava egli un atleta, magro, di alta statura, vigoroso a quanto appariva, cui la fatica stemperò le carni sì che non gli restavano fuorchè la pelle, i nervi e le ossa. Leggeansi nel suo aspetto, e gl'immensi rischi che avea corsi e quelli ch'egli era pronto ad affrontare di nuovo. Copriva il capo d'un berrettone di colore scarlatto, guernito di pelliccia, e foggiato siccome quelli cui chiamano i Francesi mortai per la somiglianza che hanno con questi arnesi rinversati. Scoperto affatto erane il volto, che inspirava rispettosa tema a chi la prima volta vedealo. I lineamenti, di tal natura che indicavano un animo dominato da forti passioni, aveano preso un colore arsiccio e quasi nero col lungo sopportare le impressioni del sole del Tropico. Se muta scorgevasi talora quella fisonomia, perchè niuna forte idea davale moto, sarebbesi detto ch'ella sonnecchiava aspettando che le passioni la risvegliassero; ma le gonfie vene della fronte, la prontezza onde il labbro superiore, coperto da folta basetta e nerissima, tremolava al menomo impulso dato alla mente, ben dimostravano quanto fosse agevole cosa il suscitare le procelle in quel cuore. Un solo sguardo di quegli occhi neri ed acuti presentava la storia delle difficoltà superate, dei pericoli corsi, e parea chiedesse si opponessero altri ostacoli per avere il contento di rimoverli, e per offerire prove novelle di forza e di coraggio. Una profonda cicatrice aggiugnea non so che di aspro e feroce alla fisonomia di cotest'uomo, ed in oltre ne indicavano qualche cosa di sinistro gli occhi, perchè i loro raggi visuali non s'indirigevano con tutta esattezza laddove era volto il suo viso.

TEMPLARIO

L'esterne vesti d'un tal personaggio somigliavano in quanto è forma a quelle del suo compagno, perchè coperto egli andava parimente d'un lungo mantello, ma essendo questo di colore scarlatto dava a divedere come chi lo portava non pertenesse a veruno de' quattro ordini religiosi; che più di quattro non se ne conosceano a quei giorni. Stavagli in bianco panno trapunta sul destro omero una croce di forma singolare. Ma non era tal mantello se non se la sopravvesta d'un abito ben d'altro genere da quello che la leggiadria di questo primo arredo poteva far credere. Perchè sotto di esso il cavaliere andava armato d'un saio di maglia d'acciaio, fornito di maniche, e manopole dello stesso metallo, fatte pieghevoli con tal arte, che si sarebbero dette operate al telaio. Nè diversamente quando gli avvolgimenti del mantello la davano a divedere, si mostrava guernita la parte anterior delle coscie, e le piccole piastre di acciaio lievemente imponendosi e succedendosi l'una a l'altra coll'ordine che osserviamo nelle tegole delle case, gli scendeano fino al ginocchio ed al piede, onde nulla mancasse all'armatura sua di difesa. Sola arme da offesa eragli un lungo pugnale a due tagli, che pendeagli dal cinturino.

Cavalcava egli, non una mula, al pari del compagno, ma una chinea, onde risparmiare il suo buon corridor di battaglia, che uno scudiere gli conducea appresso per il guinzaglio. Era questo cavallo bardamentato a tutto punto come in un giorno di zuffa, e coperto il capo d'un'armatura di ferro che portava lo stile di una picca colla punta sporgente all'infuori. Da un lato della sella vedeasi un'azza riccamente damaschinata in foggia orientale, e dall'altro l'elmo del guerriero ornato di sontuose penne, ed una lunga spada di quella forma che allora usavano i cavalieri. Altro scudiere portava la lancia del suo signore, e all'estremità di essa sventolava una banderuola, su di cui era dipinta una croce simile a quella che ornava il mantello del cavaliere. Questo scudiero portava parimente un picciolo scudo di forma triangolare, nella parte alta assai largo per difendere il petto, e che a grado a grado sminuiva ai due lati sino a formare il vertice inferior del triangolo. Un panno scarlatto, di cui lo scudo medesimo andava coperto, facea non si leggesse l'impresa che vi era scolpita al di sopra.

Questi due scudieri venivano seguiti da due altri, che la pelle loro nericcia, i bianchi turbanti, le fogge del vestire annunziavano esser nati in qualche rimota contrada dell'Oriente. Ogni esterna apparenza, così del guerriero come delle persone del suo corteggio, presentava qualche cosa di nuovo e di straordinario. Sontuose erano le vesti degli scudieri, e i due Orientali portavano smaniglie, collane d'argento, ed anella dello stesso metallo attorno alle gambe ignude dalla noce del piede sino alla polpa, siccome ignude ne erano insino al gomito le braccia. Portavano abiti di seta, carichi di ricami che provavano la ricchezza del signore di quella comitiva ad onta della segnalata loro sproporzione colla semplicità dell'abito militare, che questi vestiva. Sciabole a lama ricurva, e coll'else damaschinate in oro, stavano attaccate ai loro pendagli fregiati d'aurei ricami, e guarniti di pugnali turchi d'un lavoro più prezioso ancora. Ognun d'essi portava all'arcion della sella il suo fascio di chiaverine, lunghe circa quattro piedi, e munite d'acutissima punta di ferro; arme che fu in grand'uso presso i Saracini, e adoperata tuttavia in Oriente nell'esercizio marziale conosciuto sotto il nome di El-Jerrid[3].

I cavalli, su cui stavano montati i due scudieri, al par di questi aveano strania origine. Nati di fatto fra i Saracini erano di razza araba. La statura loro dilicata, la sveltezza de' loro colli, le svolazzanti criniere, l'agilità del loro moversi troppo diversi gl'indicavano da quei cavalli, le cui razze si educavano nella Normandia e nella Fiandra, e membruti quindi e vigorosi quanto facea d'uopo per essere cavalcati da guerrieri coperti dalla testa ai piedi di pesanti armature di ferro. Questi cavalli messi a petto de' corridori d'oriente presentavano la differenza ch'è posta tra un corpo ed un'ombra.

La strana comparsa di una tal cavalcata eccitò non solamente la curiosità di Wamba, il che era facile cosa, ma quella pur anco del suo posato compagno. Nè tardò questi a ravvisare nel monaco il priore dell'abbazia di Jorvaulx, conosciuto molte miglia all'intorno, siccome uomo amantissimo della caccia, della buona tavola, ed anche, se non esagerava la fama, d'altri diletti men conciliabili co' voti monastici.

Ma il Priore evitò l'inconveniente che stava per nascere, spingendo prontamente la propria mula fra il suo compagno di viaggio, ed il porcajuolo. pag. 15.

Pure si aveano a que' giorni idee tanto condiscendenti alla condotta del clero così secolare come regolare, che il priore Aymer (tal nomavasi questo sacerdote), godea d'intatta fama in tutti i dintorni della sua abbazia. L'indole di lui franca e gioconda, l'indulgenza ch'ei dimostrava per tutto quanto avea nome di veniali fragilità presso i grandi, gli fruttavano essere ben accolto in tutti i castelli de' nobili, a molti de' quali soprappiù andava congiunto di sangue, per essere egli pure di nobile famiglia, normanna d'origine. Le gentildonne soprattutto non si sentivano vocazione d'indagar troppo severamente il contegno d'un uomo, chiaritosi zelante ammirator del bel sesso, ed amabilissimo nel trovar parecchi modi atti a dileguare la noia troppo usa a stanziare e nelle sale e ne' giardini de' castelli che all'alta nobiltà pertenevano. Non eravi cacciatore cui il nostro monaco cedesse nell'ardenza d'inseguire gli animali selvaggi, nè v'era chi fosse meglio di lui provveduto di falchi ben addestrati, e di levrieri agilissimi fra quanti n'avesse la contea d'York; circostanza la quale non entrava per poco nel renderne la compagnia e desiderata e cercata da tutti i giovani appassionati per la caccia. Altra parte gli toccava sostenere colle persone attempate, nè con minore felicità vi riusciva, quando l'occasione se ne presentava. Benchè quanto a letteratura avesse cognizioni superficiali anzichè no, ne sapea però abbastanza per inspirare agl'ignoranti profondo rispetto ver' la pretesa sua scienza, oltrechè, la gravità del portamento e del dire, e i modi autorevoli ch'egli assumeva a tempo e luogo per far valere la possanza della Chiesa e del Sacerdozio, molta opinione ancor gli acquistarono di santità. Persino le infime classi, così propense per indole a censurare rigorosamente la condotta de' loro superiori, tiravano un rispettoso velo sulle fralezze del priore Aymer. Egli era caritatevole, e la carità, gli è cosa nota, fa velo a molt'altri difetti. Le rendite dell'abbazia concedute la maggior parte in godimento al Priore, non solo gli fornivano i modi di far fronte alle spese sue personali, che non erano tanto poche, ma in oltre lo metteano in istato di spargere liberalità su gli abitanti e spesse fiate di sovvenire alle angustie dell'indigente. Perciò se il priore Aymer rimaneva ultimo alla mensa, se maggior tempo impiegava nella caccia che negli ufizi della chiesa, se il vedeano per una porta di soccorso rientrare nell'abbazia dopo avere trascorsa la notte intertenendosi a tutt'altro che a cantar compieta, ciascuno alzava indulgentemente le spalle, e ciascuno si avvezzava a dar passata a tali irregolarità tanto più volentieri, che la maggior parte de' confratelli del Priore si prendeva licenze eguali senza avere com'egli eguali diritti a farle dimenticare. La persona e l'indole del priore Aymer erano dunque assai conosciute ai nostri due servi sassoni, che lo salutarono rispettosamente ricevendone in compenso del saluto la solita benedizione.

Ma ciò che li sorprese, ed eccitò grandemente in essi attenzione e curiosità, si fu l'aspetto straordinario del compagno che il sacerdote aveva con sè, e del corteggio che lo accompagnava. Li faceva attoniti soprattutto l'apparenza, per metà militare, per metà monastica di quel bruno straniero, e l'aggiustamento singolare de' due scudieri orientali, e la novità dell'armi che questi portavano. E lo stupore fu tanto che il porcaiuolo e il buffone s'accorsero appena, quando il priore dell'abbazia di Jorvaulx chiese loro se in quelle vicinanze si trovasse qualche casa per alloggiarli. Fors'anche la lingua, in cui venne fatta l'inchiesta, comunque ad essi omai non sì strania, sonò male a quelle sassoni orecchie.

«Io vi chiedea, le mie creature» — ripetè il priore ad alta voce e valendosi del nuovo idioma mescolato di sassone e di normanno, e divenuto linguaggio di convenzione per comprendersi le une coll'altre fra le due genti — «io vi chiedeva se in questi dintorni sarà facile il trovare qualche brava persona, che mossa da amor di Dio, e da divozione verso la nostra Santa Madre Chiesa, voglia per questa notte usare ospitalità a due umilissimi servitori di questo Dio e di questa Chiesa.»

Nel tuono però di tali detti scorgeasi non so qual aria d'alterezza, che mal s'accordava colla modestia delle frasi onde al Reverendissimo era piaciuto valersi.

«Due umilissimi servitori di Dio e della Chiesa!» — meditò fra sè stesso Wamba, il quale benchè matto, aveva giudizio quanto bastava a non far tali considerazioni in modo d'essere inteso — «Vorrei dunque vedere come son fatti gli ufiziali primarii di Dio e della Chiesa, per esempio i siniscalchi, i cantinieri!»

Fatto nel suo interno questo comentario all'inchiesta del Priore, il buffone sollevò gli occhi verso di lui, e diede tale risposta «Se i Reverendi bramano trovare buon pasto e buon alloggio è lontano di qui poche miglia il priorato di Brinxworth, e a quanto mi sembra, il grado loro gli assicura di esservi accolti con tutto onore; che se mai li dilettasse il consacrare una parte di notte a far penitenza, possono tenersi a quest'altro sentiere, d'onde si va in dirittura al romitaggio di Copmanhurst. Quivi troveranno, non v'ha dubbio, un pio anacoreta, che li fornirà di ricovero nella sua grotta oltre al soccorso d'abbondanti preghiere.»

«Mio caro amico» — soggiunse scotendo il capo il Priore — «se il continuo tintinnar de' sonagli che adornano il tuo berrettone non ti avesse alterata la fantasia, ben capiresti che clericus clericum non decimat; il che vuol dire: le persone di chiesa non si domandano mai ospitalità le une alle altre, e preferiscono il chiederla a' laici per somministrar loro l'occasione di fare opera grata a Dio rendendosi ad un tempo utili e tributando onore ai servi dello stesso Dio.»

«Gli è vero» — prese a dir Wamba — «che comunque io non sia nulla meglio d'un asino, divido nondimeno colla mula di vostra Riverenza, l'onore di portare sonagli. Ma nel mio debole intendimento direi che la carità della nostra santa madre Chiesa, e de' suoi servitori potrebbe anche, siccome tutte l'altre carità, incominciare ad operarsi sopra sè stessa.»

«Abbassa tosto la tua tracotanza, o mariuolo» sclamò il collega del Priore, interrompendo Wamba con fiero tuono e superbo «e soltanto additane, se pure lo sai, la strada che dobbiamo battere per andare.... per andare.... Come chiamate il franklin, di cui mi faceste discorso, priore Aymer?»

«Cedric» rispose il Priore, «Cedric il Sassone. Dimmi, amico, siam noi in vicinanza del suo castello? Puoi tu additarcene la strada?»

«La strada non è sì facile da trovarsi» rispose Gurth, che ruppe il silenzio per la prima volta «e la famiglia di Cedric si ritira assai di buon'ora.»

«Bella ragione!» sclamò il secondo viaggiatore. «In questa famiglia si reputeranno ad onore l'alzarsi da letto per provvedere ai bisogni di stranieri nostri pari, tanto più se ci abbassiamo a chiedere cortesemente un'ospitalità che è diritto nostro il pretendere.»

Ai quali detti rispose Gurth col tuono del mal umore: «Non so veramente s'io mi debba insegnare la strada che conduce al castello del mio padrone, a gente che arma il diritto d'esservi accolta in vece di dimandare l'ospitalità siccome favore.»

«Osi tu resistermi, o schiavo?» gridò il cavaliere, che conficcando lo sperone nel cavallo gli fece fare una giravolta; poi, correndo verso Gurth, si apprestava colla bacchetta che gli tenea vece di frusta a castigare quanto a suo avviso era arroganza punibile d'un servo di gleba.

Gurth, senza mover d'un passo, guardò biecamente il cavaliere, e nel tempo medesimo portò la mano al suo coltello da caccia. Ma il Priore evitò l'inconveniente che stava per nascere, spingendo prontamente la propria mula fra il suo compagno di viaggio e il porcaiuolo.

«Per santa Maria! fratello Brian, non vorrei v'immaginaste esser qui nelle terre di Palestina in mezzo ai Turchi ed ai Saracini, o fra infedeli e pagani. Noi altri isolani non amiamo le percosse, semprechè non ci vengano dalla santa Chiesa che talvolta castiga i suoi prediletti. — Dimmi tu, buon figliuolo» a questi accenti si volse a Wamba, unendo all'eloquenza delle parole l'altra più possente d'una moneta d'argento gettatagli fra le mani «dimmi qual è il cammino che guida al castello di Cedric il Sassone: tu non puoi ignorarlo; egli è un sacro debito il mettere sul buon sentiero i viaggiatori smarriti, quand'anche fossero di un grado men dignitoso del nostro.»

«In verità, reverendissimo padre, la testa saracina del reverendissimo vostro compagno spaventò per tal modo la mia che mi ha fatto uscir dalla mente questo sentiere; e temo che nemmen io sarò capace di giugnervi questa sera.»

«Eh via, via!» disse il Priore «so che puoi volendo additarcelo. Questo fratel venerabile ha passata tutta la sua vita a combattere i Saracini per la liberazione di Terra Santa; egli appartiene all'Ordine dei cavalieri Templari, de' quali avrai udito far menzione; ed è metà monaco, metà soldato.»

«Dovrebbe veramente bastargli l'essere metà monaco» soggiunse il buffone «per non mostrarsi sragionevole affatto verso i viandanti che incontra, supposto anche non si prendessero tutta la premura di rispondere ad interrogazioni, che non li riguardano.»

«Ti perdono la tua giocondità» rispose il Priore «purchè ne insegni la strada del castello di Cedric.»

«Ebbene dunque! le Riverenze vostre debbono seguire questo viale sintantochè giungano ad un luogo detto la Croce atterrata. Voi la vedrete di fatto a terra, e il solo piedistallo non ne è rinversato. Allora prenderete la strada di man sinistra, perchè alla Croce Atterrata vi è un crocicchio di cinque strade. Auguro alle Riverenze vostre di arrivarvi innanzi che scoppi il temporale.»

Il Priore lo ringraziò, e perchè l'augurio del buffone si avverasse meglio, la cavalcata, fermatasi tutto quel tempo, si diede a correre di gran galoppo.

«Se tengono la strada che con molto giudizio indicasti loro» disse Gurth al compagno, quando non udì più lo scalpitar de' cavalli «il reverendo padre sarà ben fortunato, se arriva questa notte a Rotherwood.»

«Gli è vero; ma può giungere comodamente a Sheffield, e un albergo val l'altro. Son cacciator troppo destro per volere insegnare il covo del lepre al cane, quando non ho intenzione ch'esso l'acchiappi.»

«Ti stimo: e t'assicuro mi rincrescerebbe assai se questo Priore vedesse Lady Rowena.... Poi, potrebbe accadere che Cedric attaccasse briga col frate soldato, e ciò sarebbe anche peggio. Ma noi altri da buoni servi, dobbiamo veder tutto, ascoltar tutto, e tacer tutto.»

In questo mezzo, i nostri viaggiatori già lontani molto dai due servi, la discorrevano insieme in francese-normanno, come generalmente usavano le persone più ragguardevoli, eccetto pochi Sassoni, teneri di tutto quanto rammentava ad essi la loro origine.

«Da che deriva la tracotanza di quei furfanti» disse il Templario «e perchè mi impediste voi di punirli?»

«L'un d'essi è pazzo; volete voi, fratello Brian, pretendere risposte giudiziose da un pazzo? L'altro poi è di questa schiatta feroce, selvaggia, intrattabile dei Sassoni, pe' quali il supremo de' diletti si sta nel manifestare in tutti i modi che possono l'odio che portano ai lor vincitori.»

«Oh! avrei insegnato loro a furia di percosse la cortesia. Sono avvezzo a maneggiare spiriti di questa razza. I nostri schiavi Turchi sono anch'essi per indole fieri, indomabili quanto avrebbe potuto esserlo Odino; ma due mesi trascorsi in mia casa, sotto la scuola del mio aguzzino, li rendevano umili, sottomessi, docili ed ubbidienti. Giuraddio! Ser Priore. Là sì conviene stare all'erta contro i pugnali e i veleni, se niente niente allentate loro la briglia sanno prevalersi bene degli uni e degli altri.»

«Ciò sarà verissimo. Ma ogni paese ha le sue regole e le sue consuetudini, e credetelo, il menar colpi su quello sgraziato era un cattivo metodo per costringerlo ad insegnarci la dimora del suo padrone. Aggiugnete che ottenuto anche l'intento per questa via, ciò bastava per irritare Cedric contro di voi. Vel dissi già. Questo franklin è superbo, d'un'indole fiera e disdegnosa oltre ogni credere. Nemico della nobiltà, lo è perfino de' suoi confinanti, Reginaldo Frondeboeuf e Filippo Malvoisin, i quali, per vero dire, non sono avversari da disprezzarsi. Egli difende con tanta ostinatezza i privilegi della sua stirpe, ed è sì superbo di discendere in retta linea da Everardo, prode guerriero ai giorni dell'Ettarchia, che generalmente lo nomano Cedric il Sassone. Vedete! egli si reputa a proprio vanto l'origine sassone, che molti ora si studiano nascondere per non provare gli effetti di quel gran principio: Vae victis

«Priore mio, io voglio credere, che parlando di beltà femminili voi siate intelligente quanto un trovadore il più galante possa esserlo. Ma, vi confesso: farà d'uopo che questa Rowena da voi descrittami sia veramente un prodigio impareggiabile d'avvenenza, ond'io arrivi a padroneggiar me medesimo, e ad armarmi di tutta la pazienza necessaria a mettermi in buona grazia col suo padre Cedric, dopo l'odiosa dipintura che mi avete fatta di simil uomo.»

«Oh! debbo dirvi una cosa. Cedric non è in sostanza padre della giovane, e gli antenati di Rowena vantano ben altra nobiltà; e se tra essa e Cedric passano vincoli di sangue, la parentela è lontanissima. Egli ne è unicamente il tutore, ed io credo siasi instituito tale da sè medesimo; ma ama la pupilla, come se fosse sua propria figlia. Quanto poi all'avvenenza di Rowena, fra poco potrete giudicarla voi stesso; e se le grazie della sua persona, i modi espressivi di quel suo sguardo soave e maestoso ad un tempo non vi fanno dimenticare le giovani beltà della Palestina, e le huris di Maometto, acconsento mi riguardiate come un miscredente ed un infedele, e non più come un figlio legittimo della santa Chiesa.»

«Voi dovreste anche ricordarvi la scommessa che abbiamo fatta; e se la bellezza da voi tanto esaltatami non corrisponde all'idea che me ne inspiraste...»

«La mia collana è vostra. Gli è già detto; ma sono miei, se accade il contrario, dieci carrattelli di vino di Chio, e a quest'ora ci fo i conti sopra, come se stessero già nelle cantine del convento sotto le chiavi del vecchio Dionigi, il cellerario.»

«Basta non dimentichiate essere io il giudice della scommessa, e che non la perdo se non convengo io medesimo di non aver mai veduta in vita mia una bellezza tanto perfetta. Son questi i nostri patti, non è egli vero? Mio caro Priore, la vostra collana d'oro corre gran pericolo, ve lo accerto, e voglio fregiarmene il collo nella lizza, che sta per aprirsi ad Ashby-De-La-Zouche.»

«La vedremo, la vedremo! Io non domando che una cosa sola, ed è che la vostra risposta sia leale ed interprete unicamente di quanto sentite; tale insomma qual io me la debbo aspettare da un cavaliere e da un ecclesiastico. Intanto, fratello carissimo, permettetemi di darvi alcuni suggerimenti, e di pregarvi ad assumere modi più cortesi di quelli ai quali vi assuefecero i vostri Infedeli allorchè li tenevate in cattività. Cedric il Sassone, se si credesse gravemente offeso, e vi dico io che s'offende per poco, con sopportazione del vostro titolo di cavaliere, e della importanza del mio ufizio e della santità de' nostri ministeri, intesi tutti ad una medesima causa, sarebbe l'uomo da metterne sull'istante fuor della porta, e farne dormire a campo, fosse ancora la mezzanotte. Abbiate anche attenzione al modo di regolarvi colla leggiadra Rowena, perchè Cedric le fa guardia con gelosissima cura, e s'ei prende, m'intendete? il menomo sospetto, addio nostri divisamenti! Si dice, ch'egli abbia sbandito di casa il proprio figliuolo, solamente perchè volse sguardi affettuosi a questa rara beltà; chè a quanto sembra si può bensì adorarla da lungi, ma chi vuole avvicinarsele dee portar sentimenti così puri, come se si mettesse a piè degli altari dinanzi ad un'immagine della santissima Vergine.»

«V'ho inteso in tutto e per tutto, e conformerò ai vostri desiderii ogni mia azione, e avrò insomma il contegno, che potrebbe aspettarsi da donzella la più pudibonda. Ma quanto al timore da voi manifestato, che Cedric ne scacci di casa, state tranquillo; ella è tale umiliazione che i miei scudieri ed io saprem risparmiarvi. Se il prendesse la mattezza di venire a questo estremo punto, troverebbe gente buona da insegnargli per un'altra volta qual rispetto è dovuto alle leggi dell'ospitalità.»

«Io qui non vi prego che di dar prove di prudenza e di moderazione. Oh! eccoci alla Croce Atterrata, che quel buffone additò. Ma è tanto fitta la notte, che possiamo appena vedere la strada da seguirsi. Se non m'inganno, ne disse di tenerci a mano sinistra.»

«No: a destra. Me ne ricordo ottimamente.»

«Perdonatemi, a sinistra, e rammento perfino che ne indicò questa dirittura colla punta della sua sciabola di legno.»

«Sì: ma la tenea colla mano sinistra e volse la punta ver' questa parte» e così dicendo il Templario indicava la mano destra.

Ciascuno de' due sostenne, come in tai casi suole accadere, con eguale fermezza la sua opinione. Laonde le persone del seguito vennero consultate; ma niuna di esse erasi trovata in assai vicinanza per udire i discorsi di Wamba. Finalmente Brian sclamò col tuono di chi si maraviglia di non aver prima osservata una cosa: «Ma io vedo certamente un uomo addormentato, o steso morto vicino alla croce! Ugone, movete quel cadavere colla punta della vostra lancia.»

Avendo Ugone obbedito, saltò in piedi un uomo gridando in buon francese: «Chiunque vi siate, perchè venite a frastornarmi?»

«Noi volevamo soltanto,» disse il Priore, «domandarvi la strada che conduce a Rotherwood, ov'è la dimora di Cedric il Sassone.»

«Io pure mi trasferisco a quella volta» rispose lo straniero «e se avessi un cavallo, mi offrirei vostra guida; perchè gli è d'uopo fare più d'una giravolta, e chi non è ben pratico della strada va a pericolo di smarrirsi.»

«Amico mio, potete star certo de' nostri ringraziamenti e d'una buona ricompensa, se ne guidate sani e salvi alla casa di Cedric» e ciò dicendo il Priore, ordinò a qualcuno del suo seguito che cedesse il proprio cavallo allo straniero, e cavalcasse in vece il corridore di riserbo, che, come dicemmo, un laico guidava a mano.

Il condottiero de' nostri viaggiatori tenne sentiere affatto opposto a quello che Wamba colla malizia di farli perdere aveva ad essi indicato. Questo sentiero addentravasi di molto nella foresta, e larghi torrenti lo attraversavano, tanto più pericolosi ai viaggiatori a motivo delle paludi che li recigneano. Ma la scorta sembrava conoscesse come per istinto i traversi più sicuri e più corti, onde i viaggiatori non tardarono gran fatto a trovarsi incamminati in un viale più largo di quanti sino allora avevano trascorsi. Nel fondo di questo viale sorgeva un vasto e regolare edifizio che lo straniero mostrò al Priore dicendo:

«Ecco Rotherwood, ecco il luogo ove soggiorna Cedric il Sassone.»

Notizia riuscita sopra tutti grata ad Aymer, il quale non troppo avvezzo a peregrinazioni sì disagiate, nel durare del precedente cammino aveva avuta tanta paura de' torrenti e delle paludi, che nol prese curiosità di movere nessuna interrogazione alla guida. Ma in allora sentendosi meglio, nè presentando alcun rischio il bel viale che rimaneva a farsi, cedè alla curiosità che gli fece indirigere diverse inchieste allo straniero. «Chi siete voi?» Fu questa la prima.

«Un pellegrino,» rispose l'altro, «e vengo di Terra Santa.»

Allora il Templario: «Avreste fatto meglio a rimanervi combattendo per la liberazione del Santo Sepolcro.»

«Gli è vero, ser cavaliere» rispose il pellegrino, che ravvisò a quanto parve il Templario. «Ma mentre coloro che si sono obbligati con sacramento a liberare la Santa Città, viaggiano in parti sì lontane dal sito ove il dovere li chiama, può egli farvi stupore, se un umile contadino mio pari, amico per natura della tranquillità e della pace, segue esempi tanto autorevoli?»

Irritato da tai detti il Templario volea rispondere, ma lo interruppe il Priore, manifestando la propria maraviglia, che la loro guida, dopo sì lunga lontananza conservasse tanta pratica di tutti gli avvolgimenti di quella foresta.

«Nacqui in questi paesi» egli rispose, e mentre sì rispondea si trovarono tutti dinanzi alla casa di Cedric; edifizio irregolare, fornito di molte corti, e che occupava una grande estensione di terreno. Comunque la vastità della fabbrica la indicasse abitata da un uomo facoltoso, essa non aveva nessuna somiglianza con que' castelli fiancheggiati da torri e a smisurata altezza sorgenti, che erano la residenza ordinaria della nobiltà normanna, e che divennero in allora modello allo stile architettonico dell'Inghilterra.

Non per questo il castello di Rotherwood era sguernito di ogni genere di fortificazione; perchè in que' tempi di turbolenza e disordine, qualunque casa non munita avrebbe corso pericolo di venir saccheggiata ed arsa nel termine di ventiquattr'ore. Circondato vedeasi l'edifizio da profonda fossa, cui somministrava l'acque un contiguo rigagnolo. Ne difendea le rive un doppio palizzato fatto di piuoli tolti dalla foresta. Dalla parte di ponente scorgeasi nello stesso palizzato una apertura, ed attraversava la fossa un ponte levatoio, che era l'ingresso alla casa, protetta da angoli salienti, donde, se facea d'uopo, i frombolieri e i lancieri poteano impedire il passaggio a chi vi fosse venuto con mal talento.

Il Templario si fermò dinanzi alla porta, e sonò a tutto fiato il suo corno, perchè la pioggia che avea minacciato i nostri viaggiatori per lungo tempo incominciava allora a cadere con grand'impeto.

CAPITOLO III.

Chi può mirar, nè abbrividir, que' mesti

Ignudi liti, contro cui mugghiando

Con orribile suon frangonsi i flutti

Del nortico ocean? Pur su quei liti,

Noto per l'azzurrino occhio, e pel rosso

Ondeggiar delle chiome, e la fiorente

Morbida guancia, ove de' suoi colori

Salute alma pompeggia, ebbe la culla

Il Sasson generoso, e su quei liti

Dotto nell'arti di Bellona ei crebbe.

Thompson.

Entro una sala, la cui altezza non mantenea proporzione coll'immensa vastità del ricinto, stava una lunga tavola costrutta di native querce, che aveano ricevuto appena un primo pulimento; e serviva questa al banchetto vespertino di Cedric il Sassone. Il solo adattamento delle travi maestre colle piccole travi ne formava la soffitta, ond'era unicamente merito de' panconcelli e della stoppia che coprivano il tetto, se chi stavasi in quel luogo non sofferiva per intiero gli effetti delle intemperie. Ad ogni angolo di questa sala era un grande camino, d'onde uscia tanto fumo ad empiere la stanza, quanto ne mandava al di fuori la canna; così bene si conosceva in quei giorni l'arte di fabbricare! Questo costante vapore aveva portata una specie di vernice alla parte superiore dell'appartamento, che coperta quindi appariva di un denso strato di negrofumo e fuligine. Strumenti da guerra e da caccia vedeansi sospesi alle pareti dei muri, e grandi porte aperte in ciascuna di queste guidavano all'altre stanze del castello, che si mostrava vastissimo.

Ogni cosa di tale sala annunziava nella sua originaria semplicità l'era primitiva de' Sassoni, alla quale il non uniformarsi sarebbe stato per Cedric un digradare il proprio onore. Quel pavimento non avea miglior lastrico d'un miscuglio di terra e calcina, ben manipolate insieme e indurite, come di tai pavimenti vediamo anche oggidì ne' moderni nostri granai. Per un quarto della lunghezza della sala medesima lo stesso pavimento s'innalzava circa sei pollici, e tale spazio più alto, chiamato pulvinare, veniva riserbato ai principali individui della famiglia, e agli ospiti di riguardo. Laonde vedeasi collocata per traverso in questa parte privilegiata della sala una tavola pomposamente coperta d'un panno di color scarlatto, e dal mezzo di essa usciva, come appendice, un'altra tavola più lunga, più stretta, e decorata con minor pompa, ove sedeano a prender cibo le persone di minor conto, e i servi della casa. Ognuno intende che la combinazione di queste due tavole presentava la forma d'un T; e se ne vedono anche oggidì delle simili ne' collegi più antichi, quai sono quelli di Cambridge e di Oxford. Seggiole, e sedie a bracciuoli di pesantissimo legno di quercia, fregiate di rilievi scorgeansi sul pulvinare, e la tavola nobile andava pure coperta d'un baldacchino per difendere i magnati attorno ad essa seduti dalla pioggia, che siccome è da credersi, non rade volte attraversava quel tetto.

Le pareti del pulvinare erano guernite di tappezzerie, e il pavimento del pari andava coperto da uno strato, su cui vedeansi alcuni informi ricami, che non aveano miglior pregio d'un brillante accozzamento di colori. Nuda affatto vedeasi la parte inferiore delle pareti, scoperta la tavola lunga, non tappezzato ivi il suolo, e sole panche grossolane e pesanti vi faceano vece di sedie, nè alcun riparo impediva che l'acqua del cielo non cadesse sul capo del convitati.

Nel mezzo della tavola d'onore erano poste due sedie a bracciuoli più alte dell'altre, assegnate al padrone ed alla padrona della casa, i quali presedendo al banchetto ospitaliero, si assumeano l'incarico di far le parti agli altri; detti perciò in lingua sassone datori di pane.

Presso ciascuna delle due sedie a bracciuoli stava uno sgabelletto scolpito con molta cura e picchiettato d'avorio. Le altre sedie non andavano fregiate di un tal distintivo. Cedric il Sassone, insignito del titolo di Thane, cui i Normanni sostituirono l'altro di Franklin, si era già messo al suo posto, e non vedendo arrivare la cena s'impazientiva quanto il potrebbe a' dì nostri un aldermanno della città di Londra.

Bastava il sol vedere in fisonomia il signor del castello per giudicare la sua indole franca e leale sì, ma vivace ad un tempo ed impetuosa. Mezzana erane la statura, larghe le spalle, lunghe le braccia, i suoi muscoli indicavano forza, e si dicea a prima vista esser egli avvezzo alle fatiche della guerra e della caccia. Largo di volto, avea grandi occhi ed azzurri, belli i denti, e la fisonomia di lui annunziava candore, franca schiettezza, e quella specie di buon umore, che va sovente unito alla vivacità, e talvolta a certa asprezza di modi. Leggeansi parimente ne' suoi occhi naturale orgoglio ed una diffidenza, nata in lui dall'avere trascorsa la vita nel difendere quei diritti che continuamente gli venivano contrastati; laonde le sole circostanze in cui si trovò posero quell'animo fiero, risoluto ed impetuoso nella necessità di star sempre all'erta. I suoi biondi capegli divisi in due spartimenti da un solco longitudinale ch'egli tenea in mezzo del capo gli scendeano da due bande sopra le spalle, essendo questi lunghissimi, nè per anco imbiancati dalla neve della vecchiezza, comunque Cedric si avvicinasse al suo sessantesimo anno.

Vestiva egli una tonaca verde, il cui collare e le maniche vedeansi guerniti di minuto vaio, specie di pelliccia inferiore di qualità all'ermellino e che è, a quanto credesi, la pelle dello scoiattolo grigio. Tal sopravvesta, non abbottonata, copriva un giustacuore di panno scarlatto. Avea brache dello stesso panno, ma che non discendevano a tutta la coscia, lasciando scoperto il ginocchio. Portava zoccoli simili a quelli dei contadini, ma d'un cuoio più fino, e serrati nella parte davanti con fibbie d'oro. Due smaniglie ed una collana parimente d'oro gli si avvolgeano al collo e alle braccia. Un cinturino ingemmato ne sostenea il coltello da caccia acuminato e a due tagli, che in dirittura perpendicolare gli pendea dal fianco. Sulla schiena del suo seggiolone era posto un manto di panno scarlatto, foderato di pelliccia, ed un berrettone della stessa natura sontuosamente ricamato, i quali due arredi compievano l'abbigliamento del facoltoso Thane quando voleva uscire di casa. Stava appoggiata allo stesso seggiolone una corta chiaverina, guernita di lucidissimo pomo d'acciaio, e questa secondo l'uopo gli facea vece di bastone, ovvero d'arme.

Molti servi, le cui vesti serbavano una proporzione media fra la magnificenza di quelle del loro padrone, e la semplicità della tonaca portata da Gurth, il porcaiuolo, stavano attenti ad ogni minima occhiata del magnate sassone, e si teneano pronti ad eseguirne i comandi. Due o tre fra i medesimi, che occupavano più alto grado degli altri, rimanevano sul pulvinare dietro a Cedric. Gli altri si stavano nella parte inferior della sala. Vi si vedevano ancora commensali d'una specie diversa, due o tre grandi cani levrieri soliti ad essere adoperati nella caccia del cervo e del lupo; altrettanti cani da presa grossissimi di collo, di testa e di orecchie; una coppia di que' cani da caccia della più picciola specie, che oggidì vengono chiamati bassotti. Tutta questa famiglia aspettava con impazienza l'arrivo della cena; ma con quell'accorgimento, con quell'intelligenza, che la razza canina possede nello squadrare le fisonomie, queste bestie si astenevano riguardosamente dall'interrompere il cupo silenzio del loro padrone tenute probabilmente in dovere dalla vista di una bianca bacchettina postagli vicino al piattello, e della quale si giovava Cedric a frenare le inchieste di tal parte quadrupede della sua servitù, quando si facevano troppo vivaci. Non eravi che un vecchio cane-lupo, il quale arrogandosi la libertà che talvolta i padroni concedono ad un vecchio servo favorito, stavasi sdraiato presso la seggiola del suo signore, e ne richiamava a quando a quando l'attenzione, or mettendogli la testa sopra le ginocchia, or lambendogli la mano. Ma in quella sera la povera bestia non ottenea miglior risposta di queste parole: «Abbasso, Balder, abbasso! non sono in vena di giocare.»

Ed era di fatto cosa verissima che l'animo di Cedric non si trovava allora in uno stato tranquillo. Lady Rowena, che era andata a vespero in una chiesa lontana d'assai, in quel momento soltanto ritornava a casa, e stavasi cambiando le vesti, perchè la pioggia gliele aveva tutte inzuppate. Gurth e la sua mandria, che avrebbero dovuto essere da lungo tempo al castello, non si vedeano pur anche giugnere, e le proprietà venivano sì poco rispettate in que' tempi, che tale indugio poteva attribuirsi o a qualche brutto giuoco de' malandrini e contrabbandieri, copiosissimi nelle vicine foreste, ovvero alla violenza di qualcuno fra i baroni confinanti, che confidandosi nelle loro forze, non usavano grande riguardo alle sostanze degli altri. E l'affare era rilevante più di quanto potrebbe credersi, perchè una gran parte delle ricchezze possedute dai proprietari sassoni, si stava in mandrie porcine, e soprattutto se questi aveano i loro dominii in vicinanza delle foreste, ove le querce somministravano abbondante nutrimento a tal genere d'animali.

A sì fatto motivo d'inquietudine altri se n'aggiugnevano. Non si vedea arrivare il buffone Wamba, le cui lepidezze, quali che si fossero, portavano una specie di condimento ai banchetti del nostro Cedric, e alle copiose bevute di vino onde per solito gl'innaffiava. Più; Cedric non avea mangiato nulla dopo il pranzo del mezzogiorno, se l'ora consueta della cena era trascorsa da lungo tempo; la qual cosa diveniva occasione di scontento ai gentiluomini campagnuoli di quei tempi, come spesso lo diviene anche agli odierni. Tal suo disgusto per altro egli non manifestava che con accenti interrotti, talora pronunziati a mezza voce, come s'egli avesse parlato a sè medesimo, talora vôlto ai servi che gli stavano a fianco, e soprattutto al suo coppiere che a quando a quando gli presentava a guisa di pozione calmante una tazza di vino.

«A che tarda ancora lady Rowena?»

«Non le rimane che a rassettarsi di nuovo il capo» rispose un'ancella con quel tuono franco onde una cameriera dei nostri giorni suol parlare al padrone di casa «non vorreste già comparisse a cena in cuffia da notte? Del rimanente non v'è in tutta la contea una gentildonna spicciativa nell'adunarsi, siccome la mia padrona.»

All'osservazione fattagli dall'ancella il Sassone rispose unicamente con una di quelle interiezioni che non si saprebbe come rappresentar con caratteri di scrittura, e che poteva riguardarsi una specie d'approvazione.

«Spero» egli aggiunse «che la sua divozione consulterà meglio il tempo la prima volta che vorrà andare alla chiesa di San Giovanni.» Volgendosi indi al suo coppiere, ed alzando la voce come se non gli fosse sembrato vero di trovar qualcuno sopra cui sfogare il suo mal umore: «ma da parte di tutti i diavoli!» sclamò egli. «Qual cagione può ad ora sì tarda tenere Gurth fuori di casa? Non vorrei ci avesse a portar cattive notizie della sua mandria. Egli è però un servo diligente e fedele, ed io gli preparava un destino migliore. Forse lo avrei nominato fra le mie guardie.»

«Non è poi così tardi» rispose modestamente Osvaldo, «ned è ancora passata un'ora da che hanno sonato il coprifuoco[4].» Se Osvaldo avea intenzione di scusare il suo camerata, certamente fu mal destro nel rammentare a Cedric una delle cose le più atte ad accrescerne lo scontento.

«Vadano al diavolo il coprifuoco, il bastardo che l'inventò e lo schiavo disamorevole, la cui lingua sassone fa rintronare questa maladetta parola ad orecchie sassoni! Il coprifuoco! bel trovato, che costringe la gente dabbene a dovere spegnere il fuoco ed i lumi, affinchè i ladri e gli assassini possano a lor bell'agio operar nelle tenebre! Oh! Reginaldo Frondeboeuf e Filippo di Malvoisin sanno profittare del coprifuoco tanto bene quanto Guglielmo il Bastardo egli stesso, e quanto alcun altro di questi venturieri normanni, che si batterono ad Hastings. Io m'aspetto da un istante all'altro l'annunzio che la mia mandria è stata rubata, e divenuta pasto di questi banditi normanni che i loro padroni lasciano morir di fame. Tutte le rendite di costoro si stanno nel ladroneccio e nell'assassinio. Già avranno ucciso il mio servo fedele. E Wamba? Dov'è Wamba? Non mi disse qualcuno ch'egli era uscito insieme con Gurth?»

Osvaldo rispose affermativamente.

«Di bene in meglio! Avranno condotto via il buffone d'un Sassone per dargli a padrone un lord normanno. Ma noi tutti siamo veri buffoni nel restar sottomessi a costoro, e meritiamo maggior disprezzo che nol meriteremmo, se la natura ci avesse conceduto solamente una mezza dose di spirito. Ma io mi vendicherò» soggiunse egli spirando il massimo sdegno, e alzandosi da sedere, ed afferrando la sua chiaverina. «Io porterò le mie lagnanze al gran consiglio. Ivi, ho amici, ho vassalli. Chiamerò a disfida il Normanno corpo a corpo. Ch'ei si faccia avanti col suo saione d'acciajo, col suo elmo di ferro, e con tutto ciò che fa ardimentosa la sua codardia. Questa mia chiaverina ha rotti ostacoli più resistenti che tre dei loro scudi. Mi credono vecchio, lo vedo bene, ma s'accorgeranno che il sangue di Everardo scorre ancora entro le vene di Cedric. Ah Wilfrid!» soggiunse egli abbassando la voce in modo di chi parla solamente con sè medesimo. «Se tu avessi potuto vincere una sconsigliata passione, il padre tuo non si vedrebbe abbandonato in questa età, come una quercia solitaria, i cui rami sfogliati rimangono ludibrio degli aquiloni!» Parve che queste ultime idee cambiassero il suo sdegno in mestizia; poichè rimessa a luogo la chiaverina, e seduto di bel nuovo si abbandonò interamente a malinconiche meditazioni, dalle quali d'improvviso il ritrasse il suono d'un corno.

A questo suono corrisposero gli abbaiamenti di tutti i cani, e non di quelli soltanto che si trovavano nella sala, ma di venti o trent'altri sparsi per tutto il castello; onde la bacchettina bianca di Cedric e gli sforzi di tutti i servi bastarono appena a far cessare questo canino fracasso.

«Si corra alla porta» sclamò il Sassone, appena il cessato tumulto dei cani gli permise di fare udir la sua voce. «Sappiasi tosto quali notizie ci arrivano. Non v'ha dubbio! È l'annunzio di qualche spogliamento, qualche malvagità operata sulle mie terre.»

Di lì a pochi istanti venne una delle guardie di Cedric ad annunziargli che Aymer, priore di Jorvaulx, e il cavaliere Brian di Bois-Guilbert, commendatore dell'ordine venerabile de' Templari, accompagnati da seguito poco numeroso, e avviati al torneo che di lì a due giorni doveva aprirsi a poca distanza d'Ashby-De-La-Zonche, chiedevano per una notte ospitalità in quel castello.

«Il priore Aymer! Brian di Bois-Guilbert» sclamò Cedric «Normanni sì l'uno che l'altro! Ma poco monta. Normanni o Sassoni, non si dica mai che l'ospitalità fu negata nel castello di Rotherwood. Poichè lo scelsero per riposarvi, sieno i ben venuti. Avrebbero veramente fatto meglio a continuare per la loro strada. Non già che mi pesi il nudrirli e l'alloggiarli per una notte. Poi presentandosi quali ospiti, anche i Normanni debbono abbandonare la lor tracotanza. Undeberto» diss'egli ad una specie di maggiordomo, che gli stava dietro tenendo in mano un bianco bastone «prendete sei uomini in vostra compagnia e fate entrar gli stranieri nella parte del castello assegnata agli ospiti; i loro cavalli vengano collocati nelle mie scuderie, e abbiate cura che non manchi loro cosa veruna. Offerite ad essi vestimenta se han desiderio di cambiarne, accendete buon fuoco ne' loro appartamenti, presentateli d'ala e di vino, e dite al cuoco che accresca la cena come potrà. Sia parimente vostra cura il dir loro, che Cedric si sarebbe portato in persona ad assicurarli che sono i benvenuti nel suo castello, s'ei non avesse fatto voto di non moversi mai tre passi al di là del suo pulvinare per andare incontro a chiunque non esca di real sangue sassone. Andate, non dimenticate nessuna cosa, e l'orgoglio di costoro non possa mai vantarsi spacciando che trovarono avarizia e povertà in casa d'un Sassone.»

Il maggiordomo uscì per eseguire i comandi del suo padrone.

«Il priore Aymer!» replicò Cedric, volgendosi ad Osvaldo. «S'io non m'inganno egli è il fratello di Gilles di Mauleverer, ora, lord di Middleham.»

Osvaldo fece in aria rispettosa un segno affermativo.

«Ebbene! Ha un fratello che usurpa una carica ed un patrimonio dovuto ad una stirpe più degna, a quella di Ulfgar di Middleham. Ma qual è il lord Normanno che non usurpi? Questo priore, dicono, è un prete gioviale, più amico del fiaschetto e del corno da caccia, che non lo è delle campane e del breviario. Ottimamente! Ch'ei venga. Sarà ben accolto. E il Templario, come lo chiamate voi? Ho dimenticato il suo nome.»

«Brian di Bois-Guilbert.»

«Bois-Guilbert! Gli è un nome conosciuto bene e male. Si dice che è valoroso quant'altri migliori del suo ordine lo possano essere; ma che poi non gli manca un solo fra i vizi de' suoi confratelli, orgoglio, arroganza, crudeltà, sregolamento di costumi; che ha un'anima chiusa alla compassione; che non teme e non rispetta nessuna cosa, nè sulla terra nè in cielo. Ecco quanto io ho inteso da pochi guerrieri tornati dalla Palestina. Ma infine, il male è di una notte: sarà ben ricevuto egli pure. — Osvaldo, mettete a mano una botte del più vecchio vino che abbiamo. Preparate l'idromele miglior che vi sia, il sidro il più spumante, il morat e il pigmento i più profumati[5]. Mettete in tavola tazze più grandi dell'ordinario. I Templari e i priori amano il buon vino e la buona misura. E voi, Elgitta, andate a dire alla vostra padrona, che per questa sera può dispensarsi dal comparire al banchetto, se però ella stessa non bramasse venirvi.»

«Ella lo bramerà certamente» rispose Elgitta senza esitare; «nè le parrà vero di udire le ultime notizie della Palestina.»

Cedric lanciò un guardo di scontento sopra l'ancella ardimentosa; ma Rowena e tutte le persone pertenenti a Rowena godeano immunità; nè per esse eran temibili le ire del Sassone, il quale si limitò a dirle; «Chetatevi, ed imparate a regolar meglio la vostra lingua. Arrecate il mio messaggio alla padrona. Ella poi faccia quanto meglio le aggrada. Fra queste mura almeno, la discendente d'Alfredo regna ancora come sovrana.»

Elgitta si ritrasse senza mettere replica.

«La Palestina!» disse il Sassone a mezza voce, ripensando all'ultime parole di Elgitta. «Quante orecchie si spalancano per ascoltare i racconti che su questo fatal paese si vanno spacciando or da crociati dissoluti, or da ipocriti pellegrini! Anch'io potrei chiedere!... Informarmi!.... Udire con cuore palpitante le favole che questi vagabondi impostori inventano per farsi concedere ospitalità!... Ma no: il figlio che m'ha disubbidito non è più mio figlio: il suo destino m'è indifferente siccome quello del più spregevole fra tante e tante migliaia d'uomini che s'attaccarono la croce alle spalle, e che spargendo il sangue umano s'abbandonarono a tutti i delitti dandosi vanto di compiere i voleri del Cielo.»

Aggrottò il ciglio Cedric e chinò gli occhi a terra; ma in tal momento s'aperse una delle porte della sala, e il maggiordomo, tenendo il suo bianco bastone e preceduto da quattro servi che portavano torce, si presentò, introducitore degli ospiti.

CAPITOLO IV.

«E la veste, che dianzi era succinta,

«Con tanta maestà le si distese

«Infino a' piè, ch'all'andar anco, e Dea

«Veracemente, e Venere mostrossi.»

Eneide, Trad. An. Caro.

Il priore aveva avuto tempo di cambiare le sue vesti da viaggio in altre più preziose, sulle quali portava un camice adorno di finissimi ricami. Oltre all'anello d'oro massiccio, distintivo della sua dignità, le dita di lui andavano cariche di altri anelli, ov'erano legate preziose gemme, ad onta de' canoni che le proibivano. N'erano gli zoccoli del più bel cuoio che la Spagna mandasse; ridotta vedeasi la barba alla minor dimensione che permettessero le regole dell'ordine, e la tonsura sua nascondevasi sotto un berrettone di scarlatto, che sontuosi ricami parimente fregiavano.

Il cavaliere del Tempio erasi egli pure abbigliato in diversa guisa, e benchè non isfoggiasse di gemme siccome il Priore, ricche egualmente n'erano le vesti, dignitoso l'aspetto più di quello del suo compagno. Il saione di maglia d'acciaio avea dato luogo ad una tonaca di seta porporina, guernita di pelliccia, cui soprastava candidissima lunga veste, che offeriva agli sguardi leggiadrissimo panneggiamento. Avea inoltre un mantello di velluto nero che mostrava alla spalla la croce dell'ordine ad otto punte foggiata. Più non coprivalo quel berrettone che dianzi scendeva al sopracciglio, rimanendogli a solo ornamento del capo la sua folta chioma, naturalmente inanellata e nera come lustrino, che ottimamente accordavasi col colore oltre modo bruno della sua pelle. Nulla pareggiava la maestà di quel portamento e di quel contegno, e solamente ne apparia di soverchio quell'alterezza derivata dalla consuetudine di usare un'autorità illimitata.

I due spettabili personaggi venivano accompagnati ciascuno dal suo corteggio, e dall'individuo che fin dalla Croce Atterrata gli aveva scortati colà. Teneasi questi in una distanza rispettosa da essi, e fra gli altri della comitiva si discernea per le sue vesti da pellegrino. Tutto avvolto in un gran mantello di rascia grossolana, zoccoli allacciati con una correggia ne difendeano i piedi ignudi; un cappellaccio, le cui larghe ali erano tutte coperte di nicchi marini, ed un bordone, guernito di ferro all'estremità, e ornato d'un ramo di palma alla cima ne compievano l'intero arredo. Egli veniva modestamente dopo tutti gli altri ospiti, ed osservando che la tavola bassa era appena ampia abbastanza per contenere intorno a sè i servi di Cedric, e le persone di seguito dei due viaggiatori, si assise ad uno sgabello posto sotto uno de' grandi cammini già da noi indicati, unicamente inteso, siccome parea, a rasciugar le sue vesti, nè curandosi d'alimenti, finchè l'ospitalità dell'intendente di Cedric non ricordossi di lui.

Sì tosto che vide giungere i suoi ospiti, Cedric si alzò con grande aria di dignità, e sceso dal pulvinare fece tre passi ver essi, indi si soffermò.

«Duolmi, reverendo Priore, che un voto mi rattenga di avanzarmi oltre per ricevere nel castello de' miei maggiori tali ospiti quali siete voi, e questo prode cavaliere templario. Il mio intendente debbe avervi spiegato il motivo di questa, soltanto apparente, scortesia. Piacciavi ancora d'accogliere le mie scuse s'io mi varrò in parlandovi del mio nativo linguaggio, e se vi prego, allorchè mi rispondete, a valervene parimente, purchè però vi sia noto questo idioma; altrimenti, credo aver cognizione del Normanno quanto basterà ad intendere quello che mi direte.»

«Degno Franklin» rispose il Priore «o piuttosto permettetemi chiamarvi degno Thane, ancorchè simil titolo sia alquanto vieto; i voti vogliono essere mantenuti. Que' legami che stringono la vittima a piè degli altari sono altrettanti nodi che ci congiungono al cielo. Sì, com'io lo diceva: i voti vogliono essere mantenuti, semprechè la nostra santa madre Chiesa non giudichi cosa oppurtuna il dispensarcene. Quanto spetta all'idioma che adopreremo, io avrò tutto il contento in valendomi di quello che fu pur l'idioma della mia rispettabile ava, Ilda di Middlebeam, morta in odore di santità direi quasi, al pari della sua gloriosa avvocata la beata Ilda di Whitby.»

Terminata ch'ebbe il Priore questa da lui creduta arringa conciliatoria, il Templario con tuono enfatico soggiunse brevemente: «Io parlo sempre francese, che è la lingua del re Riccardo e della sua nobiltà; però conosco abbastanza l'inglese per intendere i nativi di questa contrada.»

Cedric lanciò sul guerriero di Palestina uno di quegli sguardi d'impazienza e di collera, cui sempre lo provocava ogni spece di confronto fra le due nazioni rivali; ma rammentando tosto i doveri della ospitalità represse ogn'indizio di risentimento, e d'un gesto invitò gli ospiti a sedersi sopra due scanni posti alla sua sinistra, alquanto più bassi di quello in cui stavasi; indi ordinò venisse portata la cena.

Mentre i servi intendevano ad obbedire il loro padrone, questi scôrse all'altra estremità della sala Gurth e Wamba che allora giugneano.

«Si facciano tosto venire a me quei due sfaccendati» gridò il Sassone preso da subitanea impazienza, e tosto si accostarono al pulvinare i due pretesi colpevoli «perchè siete voi rientrati sì tardi? Che divenne della mandria a te confidata, sciagurato Gurth? Hai tu lasciato che te la rubino i masnadieri e gli scorridori?»

«Salvo il vostro beneplacito» rispose Gurth «ho ricondotta tutta quant'era la mia mandria.»

«Ma non è mio beneplacito lo starmi due ore a fantasticare sinistri, e far divisamenti di vendetta contra vicini che m'hanno offeso. Ti avverto: la prima volta che per colpa tua si rinnoverà simile inconveniente ne sarai punito coi ferri e colla prigionia.»

Gurth, che conosceva l'indole del suo padrone, e quanto fosse facile all'ira, credè cosa prudente il non addurre veruna scusa; ma s'incaricò di rispondere il matto, cui i privilegi della sua carica assicuravano che avrebbe trovata indulgenza in Cedric.

«Per verità, nostro zio, in questa sera non vi mostrate nè saggio, nè ragionevole.»

«Zitto là, Wamba, se tu ti prendi sì fatte libertà, ti mando, senza badare che tu sia un pazzo, a far penitenza e a ricevere la disciplina nella stanza del portinaio.»

«La Sapienza vostra si degni spiegarmi prima di tutto, s'ella sia cosa ragionevole e giusta il castigare qualcuno per le colpe commesse dagli altri.»

«Certamente che no.»

«E perchè dunque minacciar punizioni a Gurth, che non è colpevole nè poco, nè assai? Non è già che ci siamo dati bel tempo lungo la strada. Neppur un istante abbiamo perduto. Ma Fangs non ha potuto radunare tutta la greggia che dopo l'ultimo tocco della compieta.»

«Se poi il fallo è di Fangs» soggiunse Cedric volgendosi a Gurth «è duopo ammazzarlo, e provedersi d'un altro cane.»

«Salvo sempre il rispetto che vi è dovuto, o mio zio» tornò a parlare il buffone «neanche questa si chiama giustizia. Qual colpa ha Fangs, se non ha potuto far sentire la persuasione del suo morso agli animali ch'egli dovea raccozzare? La colpa è di chi gli ha levati i denti davanti, alla quale operazione, se lo consultavano, per dio! non si sarebbe prestato.»

«Strappare i denti al cane d'un fra miei servi!» sclamò il Sassone preso da subitaneo furore. «Chi è il ribaldo che osò farmi simile oltraggio?»

«Il vecchio Uberto, il boscaiuolo di ser Filippo Malvoisin. Costui trappolò il povero Fangs nella foresta; e gli saltò in mente che questa bestia desse la caccia al daino, contravvenendo ai diritti del signore del bosco, e...»

«Vadano al diavolo Malvoisin e il suo boscaiuolo. Insegnerò io ad entrambi che a termini della patente dei boschi, la caccia di queste foreste è libera. Per ora basta così. Andate ai vostri posti. E tu, Gurth, provedi un altro cane, e ardisca il boscaiuolo tentar la seconda! Mi prendo sul mio capo tutte le imprecazioni che si scagliano contro i vigliacchi, se non gli taglio l'indice della mano destra, sicchè non possa mai più scoccare una freccia. Vi chiedo scusa, miei degni ospiti, ma sono attorniato da tai confinanti, i quali, vel giuro, ser cavaliere, non valgono nulla meglio degl'Infedeli, contro cui vi siete cimentato in Terra Santa. Oh! la cena è imbandita. Prendetene la vostra parte, e scusate se meglio non vi ho potuto servire.»

Ma per vero dire, tal era quella imbandigione che non obbligava a scuse chi la offeriva. E se la tavola bassa non presentò che porco, o lesso o arrostito o abbrustolato, la mensa d'onore in compenso vedeasi copiosissima e di polli e di salvaggiume d'ogni specie, e di focacce e di torte empite di giulebbi e di frutta e mele. Certi piccoli uccelli detti di becco gentile non venivano già messi in tavola su i piattelli, ma infilzati tuttavia ne' loro schidoni, i paggi li porgevano a mano a mano ai convitati che se ne prendean quanta parte tornava a lor grado. Un bicchiere d'argento stava dinanzi a ciascun personaggio di riguardo, gli altri, com'era di uso, bevevano entro tazze d'osso.

Ognuno s'accigneva al lavoro della mensa, allorchè d'improvviso il maggiordomo, sollevando il suo bianco bastone, gridò ad alta voce «Fate luogo a lady Rowena!» E fu un tempo medesimo l'aprirsi una porta situata ad un lato del pulvinare, e comparire la Lady, accompagnata da quattro ancelle. Cedric, comunque, nè forse gratamente, sorpreso al vederla giugnere in sì fatta occasione, fu presto ad andarle incontro, e rispettosamente la condusse fino al seggiolone postogli a mano diritta, sede assegnata alla padrona di casa. Ognuno parimente si alzò in piedi per riceverla, ed ognuno con silenzioso saluto corrispose quello che in graziosi modi ella volse ai convitati. Rowena prese adunque il solito luogo; ma non si era per anco seduta, che il Templario susurrò all'orecchio del Priore: «Non pretendo più portare al torneo la vostra collana d'oro e fate conto sul vino di Chio che ho perduto.»

«Non vel diss'io?» rispose parimente sotto voce Aymer. «Ma moderate il vostro impeto. Il Franklin vi sta osservando.»

Poco badò a tale avvertimento Bois-Guilbert, il quale avvezzo a non conoscere d'altre leggi fuorchè il proprio volere, non partì mai gli occhi dalla bella Sassone, che forse il ferì tanto più, perchè scorse in lei tal genere di vezzi, differenti affatto da quelli che l'Oriente gli aveva offerti ad ammirare.

ROWENA

Non mancandole alcuna delle proporzioni che abbelliscono il suo sesso, la statura di Lady Rowena, non troppo alta, era tale che ben si addiceva agli altri pregi della persona. La bianchezza della sua carnagione abbagliava la vista, e ad un tempo la nobiltà de' lineamenti le toglieva quell'aria di scipitezza, di cui peccano d'ordinario le donne bianche soverchiamente. Due sopracciglia del color di castagno faceano leggiadramente arco a due begli occhi azzurri, che parean creati così per accendere come per ammollire, ed atti egualmente ai modi del comando ed a quelli della soave preghiera. Laonde mentre la dolcezza sembrava l'ordinaria espressione di quella fisonomia, scorgevasi ad un tempo che la consuetudine di comandare e ricevere omaggi, avea impresso nell'animo di lei quanta sublimità bastava a temperare la mansueta pieghevolezza d'indole sortita dalla natura. Le sue lunghe chiome, nel colore non dissimili dalle sopracciglia, scendeano in copiose anella, alla cui architettura certamente l'arte contribuì; fra queste anella brillavano preziose gemme, e la lunghezza naturale conceduta per intero a quella capigliatura, annunziava la chiarissima origine della nobile Sassone. Le ornava il collo una catenella d'oro, da cui pendeva un picciolo reliquiario dello stesso metallo. Ignude le braccia, e fregiate di smaniglie, il suo abbigliamento stavasi in una sottovesta, ed in una gonnellina di seta d'un color verde pallido, sopra cui ondeggiava altra veste fornita di larghe maniche, che le scendeano soltanto al gomito. Era questa di un panno di finissima lana cremisina. Un tessuto d'oro e di seta le prestava ufizio di velo, congegnato in guisa che poteva coprirle il volto ed il seno all'usanza spagnuola, ovvero scenderle in leggiadro panneggiamento sugli omeri.

E in questo secondo modo allora se ne giovava. Ma accortosi come gli occhi del Templario stessero fisi, immobili sopra di lei con tale ardore, che sarebbersi detti due carboni infuocati e scintillanti in mezzo a nera fornace, portò il velo al viso con aria di dignità, atta a fargli comprendere che quel modo libero di contemplarla le dispiaceva. Cedric s'avvide di tal contegno di Rowena, e ne comprese tosto il motivo, onde voltosi al guerriero, sì gli disse: «Ser Templario, le guancie delle donzelle sassoni sono poco avvezze al sole, e non sanno sopportare le occhiate fisse d'un crociato.»

«Se errai» rispose ser Brian «vi chiedo scusa, vale a dire, chiedo scusa a lady Rowena, perchè la mia umiltà non può stendersi più oltre.»

«Lady Rowena» soggiunse il priore «ne ha castigati tutti nel voler punire l'arditezza del mio amico. Spero sarà men crudele ne' giorni del grande torneo, ove, mi è grato il crederlo, avremo il piacere di vederla.»

«Gli è tuttavia incerto se noi v'andremo» disse allora Cedric. «Non mi garbano troppo queste vanità, sconosciute ai miei padri allora ch'era libera l'Inghilterra.»

«Deh! non ci togliete la speranza di potervi indurre a venirci in nostra compagnia» risoggiunse il Priore. «Le strade sono mal sicure, e la scorta di un tal cavaliere qual è ser Brian di Bois-Guilbert non mi sembra da disdegnarsi.»

«Ser Priore» rispose il Sassone «fino al momento che vi parlo, se ho voluto viaggiare in questi dintorni, non ho mai avuto bisogno d'altra scorta oltre quella de' miei fidi vassalli e della mia spada. Se noi risolviamo di condurci ad Ashby-De-La-Zouche nol faremo che in compagnia del nostro nobile confinante e compatriotto, Atelstano di Conisburgo, e ci faremo scortare da un seguito bastante per non temer i malandrini di ogni specie... Bevo alla vostra salute, ser Priore, e vi ringrazio per la cortesia dell'offerta. Gustate di questo vino. Spero non vi dispiacerà. Se per altro voi foste tanto rigido osservatore delle regole monastiche da preferire il latte, inacetito alla vostra usanza, posso farvene somministrare, nè pretendo obbligarvi che mi stiate a petto nel bere.»

«Oh!» sorridendo disse il Priore «gli è solo fra le pareti del convento che noi ci limitiamo al lac dulce et acidum. Trovandoci in mezzo al mondo sappiam conformarci alle sue costumanze. Quella bevanda adunque che è la vostra, sarà pure la mia nel corrispondere al vostro brindisi; e il latte inacetito lo lascerò ai miei fratelli laici.»

«Ed io» disse il Templario empiendo la propria tazza «porto un brindisi alla bella Rowena. Da che questo nome è conosciuto nell'Inghilterra, non ha mai meritato meglio un tale tributo. In fede mia! potrei perdonare al misero Vortigerno la perdita dell'onore e del regno cui egli soggiacque, se nell'antica Rowena fosse stata la metà dei vezzi che adornano la moderna.»

«Vi dispenso da tanta cortesia, ser cavaliere» rispose Rowena senza scoprire il volto per questo; «o, se volete farne uso, vi prego darne a noi una prova col fornirci le ultime notizie della Palestina. Per orecchi inglesi questo argomento ha maggior vaghezza di tutti i complimenti, cui v'addestrò la vostra educazione francese.»

«Si riducono ben a poco queste notizie» rispose Bois-Guilbert. «Vi dirò che si va confermando la voce d'una tregua fatta con Saladino.»

Allora entrò di mezzo Wamba, che già occupava il suo solito luogo, seduto sopra uno scanno, il di cui dorsiere vedevasi decorato da due orecchie d'asino, e posto dietro al seggiolone del Signore, che a quando a quando si ricordava di porgere qualche minuzzolo al buffone, concedendogli sia facoltà di prenderlo dal piattello stesso del padrone, grazia talor compartita anche ai cani favoriti che ammessi venivano nella sala. Il nostro Wamba aveva dinanzi a sè un tavolino, e tenendo le calcagna sulla spranga della propria seggiola, parea non intento ad altro che alle vivande delicate, di cui lo presentava Cedric; pur non perdeva alcuna occasione che a lui si offerisse per adempiere agli ufizi della propria carica. Laonde alle ultime parole pronunziate dal Templario non si fece riguardo d'interromperlo, sclamando: «Queste tregue cogli Infedeli mi fanno ben venir vecchio!»

«Che vuoi tu dire con ciò o matto?» Gli chiese il padrone con quel tuono, che lo dimostrava inclinato a prendere in buona parte le costui facezie.

«Gli è perchè di queste tregue ne ho veduto conchiudere tre; e ciascuna d'esse doveva durar cinquant'anni. Per conseguenza, facendo bene i miei conti, adesso io debbo avere, almeno almeno, cencinquant'anni.»

Il Templario che riconobbe allora l'amico della foresta, si volse a lui immantinente: «Comunque sieno le cose, mi prendo io l'assunto che non morirete di vecchiezza, se un'altra volta vi prende il talento di trarre in inganno i viaggiatori smarriti, siccome usaste con noi questa sera.»

«Che ascolto? Sciagurato!» Sclamò Cedric. «Trarre in inganno i viaggiatori! Tu meriti le verghe, perchè questo, anzichè di pazzia, è un vero atto di malignità.»

«Vi prego, nostro zio, non vogliate impedire che la pazzia divenga protettrice della malizia. Io non ho commesso che un leggiero sbaglio, confondendo la mia mano destra colla sinistra. Ma tale sbaglio, può ben perdonarmelo chi prende un matto per guida e per consigliere. Io dico che costui commette un fallo più grande d'assai.»

Venne interrotto il colloquio dal giugner d'un paggio, il quale annunziò starsi alla porta uno straniero, che chiedeva ospitalità.

«Entri subito, chiunque egli sia» rispose Cedric. «In una tempestosa notte siccome è questa, anche le bestie selvagge cercano la protezione dell'uomo, che è il loro mortale nemico, e ciò fanno piuttosto che affrontare il furore degli elementi. Osvaldo, andate a vedere, ed abbiate cura che questo straniero non manchi d'alcuna cosa.»

Osvaldo uscì immantinente per eseguire gli ordini del suo padrone.

CAPITOLO V.

«E che? Un Ebreo non ha forse mani, organi, sensi, affetti, passioni? Che differenza dunque vi è tra lui e gli altri uomini? Non si nudriscono tutti degli stessi alimenti? Non temono tutti le ferite delle medesime armi? Non sono sottoposti alle stesse malattie, guariti dagli stessi rimedi, infreddati e scaldati da un comun verno, e da una state comune?»

Il mercante di Venezia.

Osvaldo, che non tardò ad essere di ritorno, avvicinatosi all'orecchio del padrone, gli disse: «Lo straniero è un ebreo, di nome Isacco d'York. Degg'io farlo entrare nella sala?»

Wamba, che nella vicinanza in cui trovavasi, udì la domanda, si fece a dire coll'ordinaria sua libertà: «Incarica Gurth di far le tue veci. Un guardiano di porci è il degno cerimoniere d'un ebreo.»

«Santa Maria!» sclamò il Priore facendo un segno di croce. «Un miscredente, un Ebreo dovrebbe essere ammesso alla nostra presenza?»

«Un cane d'Ebreo» disse nel tempo stesso il Templario «avvicinarsi a un difensore del Santo Sepolcro!»

«Per dio!» Entrò in mezzo Wamba; «se non m'inganno, i Templarii son più ghiotti delle sostanze che della compagnia degli Ebrei.»

«Chetatevi, miei degni ospiti» soggiunse Cedric; «non sia mai detto che nel mio castello si ricusi ospitalità a chicchessia. Poichè il Cielo ha sopportato per tanti anni la presenza di tutta intera la nazione giudaica non possiamo noi per poche ore sofferir quella d'un individuo di tale razza? Non per ciò alcuno di questa assemblea sarà obbligato a conversare seco, od a mangiare in sua compagnia. Si può dargli una tavola a parte; a meno che» sorridendo aggiunse «que' signori forestieri del turbante non volessero riceverlo in brigata con loro.»

«Ser Franklin» prese a dire il Templario «i miei schiavi saracini sono buoni Mussulmani, e disprezzano gli Ebrei quanto possa farlo qualunque Cristiano.»

«In fede mia!» sclamò Wamba «non vedo il perchè i seguaci di Maometto abbiano da avere tanto vantaggio sovra questo popolo eletto di Domeneddio.»

«Lo metteremo a mensa con te, o Wamba» soggiunse Cedric; «un matto e un Ebreo sono fatti l'uno per l'altro.»

«Ma il matto» replicò Wamba «saprà alzare un bastione che impedirà d'avvicinarsi all'Ebreo» e ciò dicendo s'impadronì del resto d'un prosciutto che stava sopra la tavola.

«Silenzio!» disse Cedric «egli giugne.»

Introdotto con poche cerimonie, agitato da timore e da titubazione che gli si leggeano nella fisonomia, e facendo a più riprese profondissimi inchini per tutti i versi, si avvicinò all'estremità inferiore della tavola un vecchio magro e d'alta statura, comunque il continuo abito di curvarsi glie l'avesse in tal qual modo accorciata. Vivaci e regolari ne erano i lineamenti, aquilino il naso, neri gli occhi e scaltriti, alta e corrugata la fronte; e la lunga barba, e i grigi capelli avrebbero prestato un aspetto venerando a costui; ma consideratane in ogni parte la fisonomia, annunziava questa con troppo evidenza, com'egli apparteneva ad una razza, che fu nel durare di quel secolo d'ignoranza abborrita da un popolo credulo e pieno di pregiudizi, e perseguitata da una nobiltà ingorda e invidiosa delle altrui ricchezze, odio e persecuzione, che, com'è da credersi, diedero agli Ebrei un'indole loro propria, i cui principali distintivi erano, per non dir peggio, la viltà e la cupidigia.

Le sue vesti, che, a quanto appariva, furono danneggiate assai dalla pioggia, si stavano in un grande mantello scuro sovrapposto a tonaca d'un colore di porpora carico. Portava stivaloni foderati di pelliccia, un cinturino da cui pendeano un piccolissimo coltello da caccia ed un calamaio. Il suo berrettone era giallo e d'una particolare forma riquadra, tal quale prescrivevasi in allora agli Ebrei per distinguerli dai Cristiani. Ma questo berrettone ei si levò rispettosamente nell'atto di entrare.

L'accoglienza trovata in quel momento da Isacco fu di tal natura, che avrebbe avuto onde consolarsene il più inviperito nemico della tribù d'Israele. Cedric, comunque l'Ebreo il salutasse più d'una volta con rispettosissimi modi, non gli rispose fuorchè con un gesto, indicandogli ch'ei potea sedersi alla tavola bassa, ove però non fu alcuno che gli volesse dar luogo; anzi ad ogni lato d'essa cui presentavasi, facendo il giro in modo di supplichevole, ciascuno sporgea in fuori i gomiti, e si stringea contro al vicino, e i servi sassoni, continuando a gustare di buon appetito la loro cena, non si prendevano nessun fastidio della fame che tribolava l'uom sopraggiunto. I frati laici della comitiva del Priore faceano grandi segni di croce riguardando con santo orrore costui che a lor giudizio era un intruso, e i Saracini quando l'ebber da presso, arricciando disdegnosamente i mustacchi, portarono la mano al pugnale, siccome ultimo espediente ad evitare la lordura, di cui la vicinanza dell'Ebreo li sozzava.

Gli è probabile che Cedric, mosso da quelle cagioni medesime, per cui volle si aprissero le porte del suo castello a questo figlio d'un popolo disgraziato da Dio, avrebbero anche dato ordine alla sua ciurma di accoglierlo con minore scortesia; ma per mala ventura dell'Ebreo, il nostro Sassone stava allora tutto assorto in una discussione nata di recente col Priore sulle differenti razze de' cani, e sulla convenevolezza del confonderle, argomento da cui Cedric non potea naturalmente disviarsi per saper se un Ebreo sarebbe o no andato a letto a digiuno.

Mentre Isacco ricevea da questa brigata un trattamento, pari a quello che la sua proscritta nazione otteneva da tutti i popoli della terra, la sola persona cui mettesse compassione lo stato di quel tapino fu quella stessa che sotto la cappa del cammino vedemmo seduta ad una picciola tavola avvicinatagli onde mangiasse intanto che si rasciugava. Immantinente alzatosi il pellegrino, sì gli disse: «Vecchio, prendi questo luogo, i miei abiti sono asciuttati, e vedo i tuoi ancor molli d'acqua; io son sazio e tu devi aver fame.» Detto ciò, raccolse i tizzoni sparsi nell'immenso spazio di quel focolare, e pose egli stesso sulla picciola tavola quanta parte di vivande poteva occorrere a sfamare l'Ebreo; poi, senza aspettarne i ringraziamenti, andò a collocarsi all'estremità inferiore della sala, o avesse egli qualche ragion particolare di cambiar luogo, o quello dov'era gli sembrasse per allora troppo vicino ad un oggetto, cui tutta era volta la sua benevolenza.

Se fosse vissuto a quei giorni un pittore capace di dipingere con naturalezza gli atteggiamenti diversi di quegl'individui, non v'ha dubbio, che avrebbe trovato un eccellente modello per raffigurare sotto umane spoglie il Verno in quel Giudeo, curvo dinanzi al fuoco, e sollecito di appressarvi le mani increspate e tremebonde ed inteso ad asciugare le stillanti sue vesti. Poichè questi si fu alquanto riscaldato, sedette innanzi alla sua picciola mensa, e cenò con un'apparenza d'appetito e di soddisfazione, da cui bene scorgeasi quanto necessaria fosse a lui quella cena.

Intanto che Cedric e il Priore continuavano la loro dissertazione intorno i cani, lady Rowena conversava con una delle sue ancelle, e l'altero Templario, volgendo a vicenda gli occhi, or sulla bella Sassone, or sull'Ebreo, parea meditasse alcuna cosa rilevante per proprio conto.

«Mi fa maraviglia, degno Cedric» dicea in quel tempo il Priore, «come ad onta della predilezione in che avete il vostro idioma, certamente vigorosissimo, non abbiate fatto grazia al francese-normanno per quei vocaboli che appartengono alla caccia. Non credo esservi lingua, che prevalga sopra l'ultima nel poter offerire voci variate ed acconce ad esprimere quante idee presenta questa gradevolissima fra l'arti del diletto.»

«Venerabile Priore» soggiunse Cedric «vi rispondo non curarmi punto di tai parole ricercate che vengono d'oltremare. Non ho bisogno di esse per gustare i piaceri della caccia nelle nostre foreste.»

«L'idioma francese» entrò allor in campo il Templario, adoperando quel tuono prosontuoso e autorevole che gli era sì famigliare «non è solamente l'idioma proprio della caccia; esso è parimente quello dell'amore e della guerra, atto così a cattivarsi il cuor delle donne leggiadre, come a spargere il terrore fra gli inimici.»

«Ser cavaliere» fu pronto allora Cedric nel rispondergli «colmate la vostra tazza e quella del Priore, e permettete intanto ch'io risalga ad un tempo rimoto da noi per trent'anni. Tal quale era a quei giorni Cedric, egli non aveva d'uopo di frascherie francesi per farsi ben intendere all'orecchio di giovane donna, e i campi di Northallerton possono far fede se il grido marziale de' Sassoni fu inteso per mezzo alle file dell'esercito scozzese, quanto il possa essere quello del più ardimentoso fra i baroni Normanni. Viva la memoria de' prodi, che combatteron in quella giornata! Fatemi ragione, diletti miei ospiti» e colmato in ciò dir fino all'orlo un nappo di vino, continuò con ardor sempre crescente. «Sì: quell'innalzamento di scudi fu ad ognor memorando, cento bandiere sventolavano su i capi di quei famosi guerrieri; il sangue sgorgava da ogni banda a torrenti, nè v'era chi non preferisse la morte alla fuga. Un bardo sassone avrebbe nominato la festa delle Spade un tal giorno; o l'adunamento dell'aquile che si lanciavano sulla lor preda, e avrebbe detto quel suon di guerra più soave all'orecchio che non i canti festevoli d'un convito nuziale. Ma i nostri Bardi or più non vivono, e le nostre imprese vanno a perdersi in quelle d'un'altra schiatta. Persin la nostra lingua, il nostro nome persino, stanno sul punto di spegnersi, nè rimane che un vecchio abbandonato da tutti» accennando sè stesso «a gemere tale sciagura. Coppiere, paggi[6], empite i bicchieri. Su via, ser Cavaliere. Vivano i prodi in armi! Vivano, qualunque ne sia la patria e la lingua, vivano i valorosi campioni, che danno oggidì maggiori prove di coraggio nel combattere per la Croce!»

«Parrà forse tropp'alto questo dire in uomo insignito di tale simbolo venerabile» e intanto Bois-Guilbert accennava la croce ricamata sul suo mantello. «Ma a chi fra i difensori dell'augusto vessillo potrebbe concedersi la palma, se non è ai miei generosi fratelli d'armi, ai campioni del Santo Sepolcro, ai prodi cavalieri del Tempio?»

«Ai cavalieri ospitalieri» soggiunse il Priore: «ho un fratello in quest'ordine.»

«Non m'intendo avvilire la loro fama» disse il Templario «ma credo...»

«Credo nostro zio» soggiunse interrompendo Wamba «che se Riccardo Cuor-di-Leone avesse avuto bastante giudizio per far a modo d'un matto, sarebbe rimasto in casa propria co' suoi buoni Inglesi, e avrebbe lasciato l'onore di liberare Gerusalemme a questi bravi cavalieri, chè essi in fatti toccava più da vicino tale faccenda.»

«Nell'esercito inglese adunque» si fece a chiedere Rowena «non eravi alcun guerriero, il cui nome meritasse di stare a confronto de' cavalieri del Tempio e degli altri di S. Giovanni?»

«Perdonatemi, leggiadra signora» rispose il Templario; «il monarca inglese condusse con sè molti prodi, i quali non cedevano in valore se non se a quelli che furono il perpetuo baluardo di Terra Santa.»

«I quali non cedevano a nessuno» sclamò il pellegrino, avvicinatosi quanto basta per intendere tali discorsi, che diè a divedere quanto il movessero ad impazienza. In quel momento tutti gli sguardi in lui si conversero, ma non era possibile distinguerne i lineamenti del volto, nascosto superiormente sotto le larghe ale di quel gran cappello, e nella parte inferiore coperto dal mantello entro cui con grande cura avvolgeasi.

«Sostengo» replicò il pellegrino con tuono forte e fermo di voce «che i cavalieri inglesi dell'esercito di Riccardo non la cedevano a nessuno di quanti sguainarono la spada in difesa di Terra Santa. E dico di più, che dopo la presa di san Giovanni d'Acri, il re Riccardo aperse un torneo, ove cinque cavalieri si cimentarono contro qualunque assalitore, e che in quella giornata ognun d'essi fece mordere la polvere a tre antagonisti, fra i quali si trovarono sette cavalieri del Tempio; e ser Brian di Bois-Guilbert sa meglio d'ogn'altro com'io dica la verità.»

Non vi sono espressioni bastanti a dipignere la rabbia che annuvolò maggiormente il volto non mai sereno del Templario all'udire tai detti. Preso da furore e da confusione ad un tempo, come senza volerlo portò la convulsa mano all'elsa della sua spada, e l'avrebbe sguainata, se non gli fosse tosto suggerito alla mente, che un atto di violenza in quel luogo non poteva andar impunito. Cedric, consentaneo alla sua indole rettissima e franca, e per l'altra parte poco uso ad abbracciare diverse idee in un istante medesimo, giubilò tanto in udendo le lodi de' propri concittadini, che non s'avvide del furore venuto ad invasare il suo ospite.

«Pellegrino» sclamò egli «ti fo dono di questa smaniglia d'oro, se mi sai additare i nomi de' valorosi cavalieri, che con tanta dignità sostennero l'onore dell'Inghilterra.»

Pellegrino, esclamò egli, ti fo dono di questa smaniglia d'oro, se mi sai additare i nomi de' valorosi cavalieri, che con tanta dignità sostennero l'onore dell'Inghilterra.

«Io ve gli additerò senza l'uopo di ricompensa, chè ho fatto voto sino ad un tal dato tempo di non toccare oro giammai.»

«Porterò la smaniglia per voi, se volete» soggiunse tosto il buffone.

«Il primo d'essi così per onore come per grado e coraggio era il prode Riccardo, re d'Inghilterra.»

«Gli perdono» disse allora Cedric «gli perdono se discende dal tiranno Guglielmo.»

«Il secondo il conte di Leicester, il terzo ser Thomas Multon di Gislandia.»

«Almen quest'ultimo vanta origine Sassone!» sclamò tutto trionfante Cedric.

«Il quarto ser Foulk Doily.»

«Sassone questi ancora, almeno da lato di madre» interruppe Cedric, che lo ascoltava con avida attenzione, e che in favore de' trionfi riportati dai suoi isolani condotti da Riccardo dimenticava in parte l'odio concetto contro i Normanni.

«Il quinto ser Edwin Turneham.»

«Vero Sassone per l'anima di Hengist!» sclamò Cedric, che non capiva in sè pel contento. «E il sesto! qual era il nome del sesto?»

«Il sesto» rispose il pellegrino dopo una pausa che parve ei facesse per raccogliere la sua mente «il sesto era un giovane cavaliere, men famoso, men distinto degli altri, e fu accolto in quella nobile comitiva per compirne il numero anzichè qual soccorritore all'impresa.»

«Ser pellegrino» disse allora Bois-Guilbert «dopo esservi ricordato sì bene di tant'altre cose, questa smemorataggine viene un po' tardi per tornarvi di giovamento. Ebbene! Pronunzierò io medesimo il nome del cavaliere, innanzi a cui la fatalità della mia lancia, e un passo falso del mio cavallo, mi costrinsero a ripiegare. Questi fu il cavaliere d'Ivanhoe, nè alcuno ve n'era fra gli altri cinque, che in sì verde età avesse acquistata più rinomanza. Nondimeno sosterrò, promulgherò ad alta voce, che s'egli oggi si trovasse vicino a me, e volesse giostrar meco nel torneo che sta per aprirsi, gli concederei qualunque vantaggio d'armi, nè temerei perciò sfavorevole a me l'esito della tenzone.»

«S'egli si trovasse vicino a voi» rispose il pellegrino «non esiterebbe un istante ad accettare la vostra disfida. Ma nel presente stato di cose gli è inutile turbar la pace di questo albergo con menar vanti sul successo d'una pugna, che voi ben sapete non poter accadere. Se mai Ivanhoe facesse ritorno dalla Palestina, m'offro mallevadore io medesimo, che verrà vosco al paragone dell'armi.»

«Buon mallevadore!» rispose il Templario. «Qual è il pegno che date di ciò?»

«Questo reliquiario» soggiunse il pellegrino presentando all'istante una scatoletta d'avorio di prezioso lavoro; «questo reliquiario entro cui si racchiude un minuzzolo di legno della vera croce, che io portai meco dal monastero del monte Carmelo.»

Il Priore di Jorvaulx fece tosto il segno del cristiano, nel che lo imitò il rimanente della brigata, eccetto l'Ebreo, i Maomettani e il Templario. Costui non dando alcun indizio di aver per cosa santa quella reliquia, si tolse una catenella d'oro dal collo, che gettò nel mezzo della tavola, sì dicendo: «Il Priore conservi questo mio pegno insieme all'altro di quello sconosciuto vagabondo; e valga ciò ad autenticare, che se mai il cavaliere d'Ivanhoe metterà piede nell'Inghilterra, gli farà d'uopo corrispondere alla disfida di Brian di Bois-Guilbert; disfida che s'ei non accetta, scriverò il nome di lui come quello d'un vile su tutte le pareti delle commende del Tempio in Europa.»

«Non avrete sì fatta briga» soggiunse Rowena, rompendo improvvisamente il silenzio. «Poichè in questa sala niuna voce s'innalza a favore d'Ivanhoe assente, si farà ascoltar la mia. Affermo che questo cavaliere non ricuserà mai verun cartello d'onore, e se la mia debole guarentigia valesse a crescer prezzo all'inestimabile pegno offerto dal devoto pellegrino, interporrei a mallevadori il mio onore e il mio nome, nel sostenere che Ivanhoe non ricuserà il cimento di cui dimostra tanta vaghezza questo cavaliere orgoglioso.»

Una folla d'affetti che lottavan fra loro nell'animo di Cedric, lo ridussero al silenzio nel durare di una tal discussione. L'orgoglio di lui soddisfatto, il risentimento, e la perplessità si pigneano a vicenda sulla fronte del Thane, e l'un di questi sentimenti all'altro si succedea come nuvole che urtate da impetuoso vento si risospingono. In questo mezzo, tutti i servi, ne' quali l'udire il nome del sesto cavaliere avea prodotto un effetto siccome elettrico, stavano immoti e cogli sguardi curiosamente fissi sul loro padrone; il quale solamente all'udire gli accenti di Rowena parve ricordarsi d'improvviso che il tacere oltre non gli s'addicea.

«Nobile Rowena» soggiunse «tal parlar vostro non è convenevole. Se fosse d'uopo d'altri pegni, io medesimo, comunque giustamente sdegnato contro mio figlio Ivanhoe, farei il mio onore mallevadore del suo; ma nulla manca al pegno della disfida, anche adattandosi alle regole bizzarre della normanna cavalleria... Non è egli vero, priore Aymer?»

«Verissimo;» questi rispose: «la santa reliquia, e la preziosa catena verranno deposte nel tesoro del nostro convento, e vi rimarranno inviolabili fin all'esito della disfida.»

A tai detti facendo nuovamente il segno della croce, Aymer consegnò il prezioso reliquiario a frate Ambrogio, uno de' monaci del suo seguito, e con minori cerimonie, e forse con più interno soddisfacimento, mise le catenella in una saccoccia, che foderata di pelliccia profumata aprivasi sotto il suo braccio sinistro. — «Nobile Cedric» soggiunse indi «il vostro vino è tanto squisito, che mi fa risonare all'orecchio il concerto di tutte le campane del mio convento. Permettetene di portare un brindisi a lady Rowena, poscia di ritirarci per prendere alcun poco di riposo.»

«Per la verga di Bromholme, ser Priore» rispose il Sassone «voi dismentite la vostra fama. Mi si facea creder esser voi tal uomo da lasciar sonare il mattutino innanzi separarvi dal fiaschetto, e m'accorgo che a malgrado de' miei anni non siete buono di starmi a petto. In fede mia quando era giovane, un fanciullo sassone di dodici anni non si sarebbe tolto sì presto da tavola.»

Il Priore non senza buone ragioni persistette nel sistema di temperanza, cui volle in quella notte adattarsi. Non solamente per un dovere di sua professione, egli si credeva obbligato a mantenere la pace, ma abborriva per indole ogni litigio. Fosse poi mosso tale abborrimento da carità verso il prossimo, o da amor per sè stesso, non si saprebbe dirlo, ma forse tal sua prudenza derivava da entrambe le ridette cagioni. Ei temè in tal momento, e il temperamento impetuoso del Sassone, e l'indole prosontuosa e disdegnosa del Templario, che ne avea dato più d'una prova non terminassero finalmente con qualche scoppio sgradevole. Con molto accorgimento pertanto ei si spacciò facendo osservare che in una gioconda lotta di fiaschetti non era prudente cosa il rischiare il proprio capo contro quello d'un Sassone, si lasciò sfuggire lievemente alcuni detti che si riferivano al carattere sacerdotale di cui era insignito; poi conchiuse insistendo sulla convenevolezza di ritirarsi.