Il figlio della notte

1.

La ragazza si avvicinò a Will Barbee mentre lui, ritto davanti al terminal di vetro e cemento di Trojan Field, il nuovo aeroporto municipale di Clarendon, osservava il cielo di piombo cercando di scorgere gli aerei in arrivo. Non c’era alcun motivo perché Will dovesse sentirsi percorrere da un brivido tale da fargli battere i denti: ma forse era stata soltanto una folata dell’umido vento di levante.

Snella ed elegante nella bianca pelliccia, la ragazza gli trasmetteva un’o­scura sensazione di gelo. Tuttavia, aveva una incredibile massa di capelli ros­si; e bianca e flessuosa com’era, il volto serio e dolce, confermò la prima impressione ricevuta da Will: che fosse qualcosa di straordinariamente pre­zioso e bello. Lo fissò, e la bocca di lei parve incurvarsi in un accenno di sorriso.

Barbee, col fiato mozzo, esaminò più attentamente quegli occhi che lo guar­davano sorridendo gravi: erano proprio verdi, verdissimi. La scrutò, cercan­do di spiegarsi quel freddo brivido di allarme istintivo, e si rese conto di provare un’attrazione altrettanto istintiva. Gli parve illogico: la vita lo aveva reso cinico in fatto di donne, e si considerava ormai immune al loro fascino.

Il tailleur di gabardine verde che la ragazza portava sotto la pelliccia, sem­plice e severo, era di certo molto costoso, e la tinta si intonava al colore degli occhi. Contro le raffiche gelide di quel grigio pomeriggio d’ottobre, la ragaz­za era difesa da una specie di cappotto di pelo candido e folto, che a Will parve di lupo artico: albino, probabilmente.

Il gatto però era davvero strano.

Dall’apertura della borsa di coccodrillo che le pendeva dal braccio, e sem­brava che intorno a esso fosse avvolto un rettile vivo, un gattino spuntava fuori con aria soddisfatta; un piccolo micio nato da poco, tutto nero, con un bel nastro di seta rossa annodato intorno al collo.

Insieme, erano una perfetta immagine di serena innocenza. Ma quel micino che sbatteva gli occhi alle luci che si rincorrevano nel crepuscolo, portava una nota discorde. La ragazza non sembrava il tipo che gioisse della compa­gnia di una bestiola così tenera. E la sua apparenza di giovane e determinata donna d’affari non sembrava proprio conciliabile con l’inclusione di un gatti­no nero, sia pur piccolo e grazioso, fra gli accessori d’abbigliamento.

Barbee si chiese dove e quando l’avesse conosciuta. Clarendon non era cer­to una grande città, e un cronista come lui, che va dappertutto, dei capelli rossi come quelli li avrebbe visti e ricordati anche se fosse stato cieco. La guardò ancora, dubbioso che quegli occhi verdi si dedicassero proprio a lui.

La ragazza continuava a fissarlo.

«Barbee?», chiese con voce morbida e piena, una voce che rivelava una vitalità così intensa da possedere quasi una sfumatura gutturale.

«Will Barbee», rispose lui. «Cronista del Clarendon Star. »

Si era illuso che un così modesto particolare potesse sembrare interessante alla ragazza.

«Il direttore stasera vuole che prenda due piccioni con una sola fava», riprese, a corto di argomenti. «Il primo piccione sarebbe il colonnello Walraven, che ha piantato Washington e la burocrazia per tornarsene a Clarendon, dove spera di essere eletto senatore. Ma avrà ben poco da dire alla stampa, prima di aver parlato con Preston Troy.»

Il gattino sbadigliò mentre le luci si accendevano, e la piccola folla di paren­ti e amici in attesa si accalcò lungo la rete metallica che divideva il pubblico dal campo. Intanto, gli intensi occhi verdi della ragazza non s’erano staccati per un attimo dalla sua faccia, e la sua voce magica domandò dolcemente:

«E il secondo piccione?».

«Quello è il più grosso. Si tratta del professor Lamarck Mondrick. Anima e corpo dell’Istituto per le Ricerche Antropologiche, vicino all’università. È atteso per quest’oggi, su un aereo noleggiato sulla costa del Pacifico, insieme coi suoi compagni di spedizione. Sono stati nel deserto di Gobi, in Mongolia. Ma lei già saprà tutto di questi esploratori.»

«No», e qualcosa nella voce di lei gli accelerò le pulsazioni del sangue nelle vene. «Che cosa hanno fatto?»

«Sono archeologi, che la guerra ha sorpreso mentre facevano degli scavi in Mongolia, scavi che naturalmente furono interrotti. Nel 1945, quando i giap­ponesi si sono arresi, la spedizione è tornata subito là, malgrado gli impacci burocratici. Sam Quain, che è il braccio destro di Mondrick, durante la guer­ra aveva fatto parte d’una importante missione militare in Cina e perciò ha potuto ottenere i permessi necessari. Sembra che abbiano trovato qualcosa di eccezionale.»

La ragazza lo ascoltava con interesse, per cui Barbee riprese: «Sono tutti di Clarendon, e tornano in patria stasera dopo due anni di lotta e di pericoli con militari, banditi, tempeste di sabbia e scorpioni nel cuore della Mongolia più misteriosa. Sembra che portino con sé qualcosa che sconvolgerà il mondo archeologico.»

«E cioè?»

«È appunto quello che il mio direttore vorrebbe che io scoprissi stasera.» Barbee la osservò con due grigi occhi pazienti e perplessi. Il gattino nero ammiccò, più arzillo che mai. Niente, nell’aspetto della ragazza, giustificava il suo sfuggevole brivido di allarme. Il suo sguardo era ancora impersonale. Temette che se ne andasse.

Inghiottendo la saliva, il giornalista si decise: «Dove ci siamo conosciuti?», domandò.

«Sono una collega, o per meglio dire una rivale», disse la ragazza, in tono più aperto, non privo di cordialità. «April Bell, del Clarendon Call. »Gli mo­strò un taccuino nero: «Mi hanno detto di guardarmi da te, Will Barbee.»

«Oh», sorrise lui, e indicando con un cenno del capo il gruppetto di persone dietro le vetrate della stazione, in attesa dell’aereo: «Avrei creduto piuttosto che tu fossi qui di passaggio, tornando a Hollywood o a qualche teatro di Broadway... Ma non sei proprio della redazione del Call,vero?» E lasciò scorrere lo sguardo su quegli splendidi capelli di fiamma, scotendo la testa in muta ammirazione. «Perché ti avrei notata...»

«Sono nuova», disse la ragazza. «Mi sono diplomata in giornalismo questa estate. Ho cominciato a lavorare al Call lunedì scorso. Questo è il mio primo servizio.» E con tono infantilmente confidenziale: «Ho paura d’essere come un pesce fuor d’acqua, qui a Clarendon... Sai, sono nata qui, ma la mia fami­glia mi ha portata in California quand’ero ancora bambina.» I denti bianchis­simi lampeggiarono in un sorriso d’ingenua fiducia. «Sono del tutto forestie­ra a Clarendon, e nello stesso tempo ho tanto desiderio di farmi onore al Call »,confessò dolcemente. «Vorrei proprio fare un bel pezzo su questa spedizione di Mondrick. Pare che ci siano tante cose misteriose e affascinan­ti, nella spedizione! Ma ho paura di non avere studiato troppe materie scien­tifiche all’università. Non ti dispiace, Barbee, se ti faccio qualche domanda?»

Barbee non rispose perché era immerso nella contemplazione dei suoi den­ti. Denti regolari, forti, candidi. Quel tipo di denti con cui ragazze bellissime stritolano ossa nelle pubblicità dei dentifrici. Pensò che lo spettacolo di April Bell intenta a stritolare un osso sanguinolento sarebbe stato dei più eccitanti.

«Vedo che ti dispiacerebbe, vero?»

Barbee inghiottì di nuovo e con uno sforzo tornò alla realtà. Le sorrise, perché ora cominciava a capire. Era una novellina, ma furba come Lilith. Il gattino aveva indubbiamente il compito di dare il tocco finale al commovente quadretto d’una fanciulla sola e senza aiuto, annientando così le ultime resi­stenze maschili che i suoi occhi affascinanti e la chioma fiammeggiante non avessero ancora debellato.

«Noi siamo rivali, dolcezza», le ricordò, cercando di fare il severo. L’occhia­ta ferita di lei non andò perduta, ma il giovane mantenne il tono ruvido della sua voce. «E poi April Bell sembra un nome finto.»

«Mi chiamo Susan, in realtà», e i verdi occhi della ragazza divennero quasi neri tanto era intensa l’implorazione che vi si leggeva. «Ma April m’è parso molto più adatto al mio primo servizio firmato. Ti prego... dimmi qualcosa sulla spedizione... quel Mondrick dev’essere un pezzo grosso davvero, se tutti i giornali vogliono articoli su di lui...»

«È uno studioso veramente in gamba. La sua spedizione si compone soltan­to di quattro uomini, e non ho dubbi che devono avere visto cose incredibili in quelle regioni sconosciute, in mezzo al deserto, in tempi come questi. È già un mistero come abbiano fatto ad arrivare fin là e a tornare indietro. Ma Sam Quain ha amici cinesi, e questi devono averli molto aiutati.»

Con una minuscola stilografica, lei intanto prendeva appunti rapidissimi sul taccuino nero.

«Amici cinesi», mormorò la ragazza scrivendo. Poi alzò gli occhi imploranti: «Davvero non hai idea di che cosa portino di là?».

«Nemmeno la più pallida ombra di un’idea. Qualcuno della Fondazione ha telefonato oggi allo Star per informarci che sarebbero arrivati stasera in ae­reo. Ha anche detto che la spedizione aveva novità sensazionali da annuncia­re. Pare che si tratti di una grande scoperta scientifica. Ci ha consigliato di mandare fotografi e i nostri redattori scientifici, ma lo Star non è giornale che prenda troppo sul serio i problemi della scienza. Secondo il direttore basto io tanto per il servizio su Walraven quanto per quello sulla spedizio­ne.»

Intanto cercava di ricordarsi il nome di un certo personaggio mitologico, affascinante e desiderabile, senza dubbio, quanto lo era April Bell, ma dedita alla brutta abitudine di tramutare gli uomini invaghiti di lei in bestie ripu­gnanti. Come si chiamava... Circe?

Non aveva pronunciato quel nome a voce alta... ma l’improvviso incurvarsi ironico delle labbra, e un certo scintillìo malizioso negli occhi verdi, gli fece­ro pensare per un istante di averlo fatto. Ed era strano, perché non capiva che cosa l’avesse fatto pensare alla mitica maga.

Il disagio durò un istante, che impiegò per cercar di scoprire i motivi di quella strana associazione mentale. Aveva letto Menninger e Freud, cono­sceva il Ramo d’oro di Frazer. Sapeva che i simboli delle antiche leggende entrate nel folklore esprimevano le paure e le speranze dell’uomo primitivo: perciò, l’immagine lampeggiata nei suoi pensieri doveva riportare a qualcosa nel suo inconscio. E non voleva nemmeno sapere a che cosa.

Rise improvvisamente e disse:

«Va bene, ti dirò tutto quello che so, anche se rischierò il licenziamento in tronco quando Preston Troy leggerà il mio servizio anche sul Call. O preferi­sci che te lo scriva io?».

«Grazie, ma la mia stenografia è abbastanza buona.»

«Bene, Mondrick era già un antropologo di fama alla Clarendon University, prima di dimettersi una decina di anni fa per creare la sua Fondazione An­tropologica. Oggi è considerato, malgrado la sua straordinaria modestia, il più grande studioso, forse, in tutto il mondo, della specie umana. Biologo, psicologo, archeologo, sociologo, etnologo... Insomma, sembra che sappia tutto quello che val la pena di sapere sul suo argomento favorito: il genere umano. Ha diretto tre spedizioni nel deserto di Gobi, prima che la guerra lo costringesse a sospendere le ricerche; poi, appena ha potuto, vi si è precipita­to di nuovo. Gli scavi si trovano nella regione di Ala-shan, nel Gobi sud-occidentale, dove il deserto è più arido, ostile, torrido...»

«Avanti», lo spronò la ragazza, la punta della penna ferma sul taccuino. «Hai un’idea di che cosa cercasse la spedizione?»

«È il loro grande mistero. Ma è certo che, di qualunque cosa si tratti, Mon­drick se ne occupa da almeno vent’anni. Ha organizzato la Fondazione esclu­sivamente per trovare quello che cerca, lasciando la cattedra universitaria. È il lavoro di tutta la sua vita: e, dato l’uomo, non può che essere una cosa importante.»

La piccola folla di persone in attesa presso la barriera d’acciaio si agitò e un bimbo indicò eccitatissimo il cielo grigio. Il vento saturo di umidità vibrava al rombo di motori possenti. Barbee guardò l’orologio.

«Cinque e quaranta», disse alla ragazza. «L’aereo è atteso per le sei, di modo che se questo è l’apparecchio di Mondrick, evidentemente è in antici­po.»

«Di già?» Con gli occhi verdi pieni di luce, April pareva emozionata almeno quanto il bimbo che aveva indicato il cielo. «E gli altri? I collaboratori di Mondrick, intendo, li conosci?»

Un’onda di ricordi fece indugiare Barbee, che annuì, con un po’ di tristezza. Nella sua mente balenarono tre volti un tempo familiari, e il brusio della piccola folla in attesa si trasformò nell’eco remota di voci venute dal passato.

«Oh, certo che li conosco», disse.

«Allora, parlamene.»

La voce di April Bell interruppe la sua breve fantasticheria. La ragazza at­tendeva, la penna puntata sul taccuino. Will sapeva perfettamente che non si deve mai rivelare al collega di un giornale concorrente il materiale che fa da sfondo a un servizio speciale, ma quei capelli erano d’un rosso fiamma trop­po rabbioso e quegli occhi bizzarramente allungati così misteriosi, che la sua riluttanza si sciolse come neve al sole.

«I tre uomini che nel ’45 sono tornati in Mongolia con Mondrick sono Sam Quain, Nick Spivak e Rex Chittum. Sono i miei più vecchi amici. Eravamo tutti colleghi all’università, quando ancora Mondrick insegnava alla Claren­don University. Sam e io siamo stati due anni a pensione in casa di Mon­drick, e poi tutti e quattro ci siamo trasferiti in un appartamento per studenti dell’università. Seguivamo i corsi di Mondrick e... insomma... sai...»

Barbee cominciò a balbettare e infine tacque, timido e impacciato. Un anti­co dolore che non s’era mai spento si era ridestato di colpo, gli palpitava in gola, stringendola in un nodo.

«Continua», disse April Bell con voce sommessa. Il sorriso di affettuosa comprensione che gli rivolse lo spinse a riprendere:

«Mondrick stava già cercando i suoi collaboratori più fidati, capisci. Doveva avere già in mente di fondare il suo istituto di ricerche antropologiche, seb­bene non gli abbia dato vita che quando io m’ero già laureato. Credo che scegliesse gli uomini da addestrare per le sue ricerche nel Gobi».

Inghiottì a fatica.

«A ogni modo, tutti noi seguivamo le sue lezioni... su quelle che lui chiama­va “scienze dell’uomo”. Lo adoravamo. Lui ci aveva procurato delle borse di studio, ci dava tutto l’aiuto che poteva e ci conduceva con sé ai suoi campeg­gi scientifici, d’estate, in America Centrale e nel Perù.»

Gli occhi della ragazza erano penetranti fino a sconvolgere.

«E tu, Barbee?»

«Io alla fine sono stato escluso», confessò a disagio. «Non ho mai saputo bene perché... dato che avevo anch’io la loro passione, e i miei voti erano superiori a quelli dello stesso Sam, e i miei risultati migliori. Avrei dato il braccio destro per poter essere con loro, quando Mondrick avviò la Fonda­zione e li condusse con sé nella prima spedizione nel Gobi.»

«Che cosa accadde?»

«Non l’ho mai saputo, ma qualcosa mi voltò Mondrick contro, qualcosa che mi sfugge ancor oggi. Eravamo ormai tutti laureandi, e Mondrick ci stava vaccinando e prelevava campioni dei nostri gruppi sanguigni per un altro campeggio scientifico, quando mi chiamò nel suo laboratorio, un giorno, per dirmi che avrei fatto bene a non pensare più a viaggi del genere.»

«Ma perché?», mormorò la ragazza.

«Non volle dirmelo. Per quanto vedesse come soffrivo, non volle spiegarsi. Divenne ruvido, come se la cosa facesse male anche a lui, e mi promise d’aiu­tarmi a trovare qualunque altro posto mi fosse piaciuto. Fu allora che mi assunsero allo Star. »

«E i tuoi amici invece andarono in Mongolia?» Gli occhi verdi lo scrutavano penetranti.

«Quella stessa estate. Con la prima spedizione della Fondazione di ricerche antropologiche.»

«Ma almeno», disse, «voi quattro siete rimasti amici?»

Barbee annuì, perplesso.

«Sì, siamo amici. Serbavo un po’ di rancore a Mondrick che non aveva volu­to dirmi perché mi avesse tagliato fuori, ma non ho mai avuto il minimo screzio con Sam, o Nick, o Rex. Quando ci vediamo, ci trattiamo sempre con l’antica cordialità. I Quattro Mulattieri, ci chiamava Sam, quando partivamo per quelle spedizioni a dorso di mulo nel cuore del Messico, del Guatemala o del Perù. Se Mondrick ha detto loro perché non mi ha più voluto, loro non me ne hanno mai parlato.»

Barbee guardò con aria infelice sopra i capelli fiammeggianti della ragazza, nel freddo crepuscolo plumbeo, che ora palpitava tutto al rombo dell’aero­plano invisibile.

«Non sono mai cambiati», riprese. «Ma naturalmente la vita a poco a poco ci ha allontanati. Mondrick ne ha fatto un gruppo di specialisti nelle varie discipline delle sue “scienze dell’uomo”, addestrandoli alle ricerche di quel qualcosa nell’Ala-shan. Non avevano più troppo tempo da dedicarmi.»

Barbee s’interruppe di colpo.

«April Bell», le domandò bruscamente, come per metter fine a quei ricordi penosi d’una sconfitta, «come hai fatto ad avere il mio nome?»

Gli occhi di lei s’illuminarono d’una blanda ironia.

«E se fosse stata intuizione?»

Barbee fu scosso da un altro leggero brivido. Sapeva di possedere quello che si chiama “fiuto per le notizie”, una percezione intuitiva dei motivi uma­ni e degli eventi che ne derivano. Non era una facoltà che si potesse analizza­re o spiegare, ma sapeva che non era insolita. Molti giornalisti di successo la possedevano, anche se, in un’epoca scettica verso tutto quello che non fosse il più vieto materialismo meccanicistico, desideravano dar prova di buon sen­so rinnegandola. Il suo intuito, tuttavia, spesso gli si era rivelato utile: nei loro viaggi scientifici, prima che Mondrick lo mandasse a fare il giornalista, lo aveva guidato più d’una volta al rinvenimento di qualche interessante lo­calità preistorica, semplicemente perché sapeva, chissà come, dove una tor­ma di cacciatori selvaggi avrebbero preferito accamparsi, o scavare una tana, o preparare la tomba di un compagno.

Tuttavia quella facoltà incontrollabile era stata per lui più una maledizione che un vantaggio. Lo rendeva sempre troppo acutamente conscio di tutto ciò che la gente intorno pensava e faceva, lo teneva sempre troppo vigile e teso. Tranne quando beveva. Beveva troppo, e non ignorava che molti altri giorna­listi facevano altrettanto. Quella singolare sensibilità, ne era convinto, rappresentava buona parte del motivo.

Era stato forse quel vago intuito a farlo rabbrividire al suo primo scorgere April Bell, sebbene nulla in quei lunghi occhi caldi e quei capelli color di fiamma gli sembrasse ora temibile.

Le sorrise e cercò di vincere la sua istintiva apprensione. Indubbiamente il suo direttore le aveva fatto, nell’istruirla su come preparare il servizio, il suo nome. Con ogni probabilità, quella ragazza era solita infliggere le sofferenze di Tantalo agli uomini, con quel suo irresistibile miscuglio di candore e di malizia. Le incongruità più strane hanno sempre una spiegazione logica, quando si riesca a trovarla.

«E ora, Barbee, ti prego... dimmi, chi sono quelli?»

Indicò il gruppo di persone che stavano uscendo dal terminal. Un ometto fragile e minuto fece un gesto verso la cappa plumbea del cielo. Una bam­bina piccola gridò che voleva vedere meglio, e la madre la prese in braccio. Un’altra donna cieca veniva dietro tutti, guidata da un cane enorme, un fulvo pastore tedesco.

«Se hai un intuito così prodigioso,» fece Barbee, «perché mi fai delle do­mande?»

La ragazza gli sorrise di rimando.

«Andiamo, Barbee, è vero che sono tornata a Clarendon da poco, ma ho ancora molti amici qui, e poi il mio direttore mi ha detto che tu avevi lavora­to con Mondrick. Quel gruppo di gente laggiù deve essere venuta per acco­gliere gli esploratori. Sono sicura che tu li conosci. Perché non andiamo a intervistarne qualcuno?»

«Se ci tieni.» Barbee rinunciò a ogni idea di resistenza. «Andiamo.»

La ragazza infilò il braccio sotto il suo. Anche la pelliccia bianca, là dove gli sfiorava il polso, dava una strana sensazione elettrica. Quella ragazza eserci­tava uno strano fascino su di lui, che s’era creduto fino a quel giorno invulne­rabile alle donne. Ma la sua cordialità, insieme con quella strana sensazione di disagio che a tratti lo opprimeva, lo turbava più di quanto lui desiderasse dare a vedere.

La guidò entro il terminal, fermandosi a un tratto presso l’operatore della telescrivente per domandargli:

«È l’aereo di Mondrick?».

«Sta atterrando, Barbee.» L’operatore annuì, indicando un anemometro. «Con l’aiuto degli strumenti, praticamente un atterraggio alla cieca.»

Barbee non riuscì a vedere l’apparecchio, quando uscirono di nuovo e si spinsero fino all’estremità della pista di cemento; il rombo del motore sem­brava più fioco nella nebbia sempre più densa.

«Allora, Barbee», e la ragazza indicò col mento il gruppetto di persone in attesa, «chi sono?»

Barbee si chiese, rispondendole, perché mai la sua voce suonasse così incer­ta.

«Vedi quella signora alta col cane», cominciò, «quella che se ne sta un po’ appartata, con gli occhiali neri e il volto malinconico? È la moglie di Mondrick. Una cara, simpaticissima donna, e una pianista di valore, anche se cieca. Siamo sempre stati amici, fin da quando Sam Quain e io, per due anni, abbiamo alloggiato a casa sua, durante l’università. Vieni, ti presento.»

Ma la ragazza s’era fermata, fissando la donna.

«Così, quella è Rowena Mondrick?» La sua voce era scesa a un bisbiglio pieno d’intensità. «Che strani gioielli porta!»

Stupito, Barbee guardò meglio la cieca, che se ne stava eretta sulla persona, silenziosa e appartata da tutti. Come sempre, era vestita a lutto. Gli ci volle qualche istante per vedere i gioielli, semplicemente perché li conosceva trop­po bene. Sorrise:

«Quell’argento, dici?».

La ragazza annuì, osservando gli antichi pettini d’argento nei folti capelli bianchi di Rowena Mondrick, la broche d’argento sul collo dell’abito nero, i braccialetti d’argento massiccio e gli anelli, sempre d’argento, alle mani sotti­li, quasi da fanciulla, che trattenevano il cane. Perfino il collare dell’animale era irto di massicce borchie d’argento.

«Già, è strano», disse Barbee. «Non mi ero mai soffermato sulla passione di Rowena per l’argento. Diceva che le piace il tocco freddo di quel metallo... Sai, il tatto è importante per lei, nelle sue condizioni.» Guardò l’espressione ostile della ragazza. «Che c’è? sei arrabbiata?»

Lei scosse il capo:

«No», bisbigliò. «Solo che non posso soffrire l’argento.» Poi sorrise, come per farsi perdonare quel momento di malumore. «L’ho sentita nominare, ma non so niente di lei.»

«Credo che fosse infermiera psichiatrica a Glennhaven quando conobbe Mondrick. Parlo d’una trentina d’anni fa. Doveva essere molto bella allora. Mondrick la salvò da non so quale amore infelice e la interessò al suo lavo­ro.»

Con gli occhi sempre fissi sulla donna, la ragazza lo ascoltava con grande attenzione.

«Finì per diventare sua allieva», riprese Barbee, «e lo accompagnò in tutte le sue spedizioni, fino al giorno in cui perse la vista. Da allora, per vent’anni, è sempre vissuta tranquilla qui a Clarendon. Ha la sua musica e una cerchia molto ristretta di amici. Non credo che partecipi più alle ricerche del marito. Molti la considerano un po’ strana... Sai, dopo il modo in cui perse la vista...»

«Come successe?»

«Si trovavano nell’Africa occidentale», disse piano Barbee, pensando con rimpianto ai giorni lontani in cui anche lui aveva preso parte a spedizioni in terre remote, in cerca di frammenti del passato. «Credo che Mondrick stesse cercando le prove che l’uomo moderno ha cominciato a evolversi in Africa... Questo molti anni prima delle sue spedizioni in Mongolia. Con l’occasione Rowena cominciò a raccogliere dati etnologici sulle tribù della Nigeria di alligatori umani e uomini-leopardo.»

«Uomini-leopardo?» Gli occhi verdi di April parvero socchiudersi, farsi quasi neri. «Che cosa sono?»

«Membri d’un culto segreto, cannibalistico, che secondo le leggende sareb­bero capaci di trasformarsi in leopardi.» E Barbee sorrise all’attenzione con cui April lo ascoltava. «Rowena, capisci, voleva scrivere un libro sulla licantropia. La credenza, comune a molte tribù primitive, che certi individui pos­sano trasformarsi in lupi e altre belve.»

«Oh!»

«Gli animali sono di solito scelti tra i più feroci della regione dove domina questa superstizione: orsi nei paesi nordici, giaguari nel bacino del Rio delle Amazzoni, lupi in Europa... I contadini della Francia medievale, per esem­pio, vivevano nel terrore del loup garou,il Lupo Mannaro. Leopardi o tigri, invece, in Africa e in Asia. Non si comprende come questa credenza possa essersi diffusa in tutte le parti del mondo.»

«Molto interessante.» La ragazza sorrise obliquamente, come per una se­greta soddisfazione. «Ma come fu che Rowena Mondrick divenne cieca?»

«Erano accampati nell’interno della Nigeria in una regione che aveva visto pochissimi uomini bianchi, e Rowena aveva cercato di conquistare la fiducia degli indigeni, che tempestava di domande sui loro riti. Cercava di collegare gli uomini leopardo delle tribù cannibali con gli spiriti-leopardo degli strego­ni Lhota Naga dell’Assam e gli “spiriti dei boschi” di certe tribù amerinde. Troppe domande, a detta di Mondrick, perché i loro portatori cominciarono a mostrarsi impauriti e l’avvertirono di guardarsi dagli uomini-leopardo. Ma Rowena non diede loro ascolto, e le sue ricerche la spinsero fino a una valle che gli indigeni consideravano tabù. Vi trovarono manufatti che interessaro­no notevolmente Mondrick, e stavano trasferendo l’accampamento nella val­le, quando avvenne la tragedia. Percorrevano una pista nella foresta, di not­te, quando un leopardo nero balzò su Rowena da un albero... Era un leopar­do vero e proprio, naturalmente, non un indigeno vestito di una pelle di leopardo; ma la coincidenza apparve anche troppo significativa per la super­stizione dei portatori, che fuggirono da tutte le parti. La belva ebbe Rowena sotto le zanne prima che le fucilate di Mondrick riuscissero a farla scappare. Le ferite risultarono gravissime e naturalmente si infettarono; la poveretta, quando il marito finalmente poté raggiungere una specie di ospedale, era in fin di vita. Fu la loro ultima spedizione in Africa: lei era ormai cieca e non poteva più viaggiare, e lui doveva avere ormai abbandonato la teoria che l’ homo sapiens fosse originario dell’Africa. Dopo tutto, poveretta, non c’è da meravigliarsi che appaia un pochino strana, non ti sembra? L’aggressione di quel leopardo fu piuttosto ironica...»

Guardando il volto teso e bianco di April, fu colpito dall’espressione che vi colse: un’espressione come di crudele esultanza. O forse era soltanto un ef­fetto delle luci smorzate del crepuscolo? Lei sorrise, cogliendo la sorpresa nei suoi occhi.

«Sì, c’è una strana ironia in quel dramma», osservò con indifferenza. «La vita gioca tiri bizzarri a volte.» La sua voce si fece grave. «Dev’essere stato un colpo terribile.»

«Senza dubbio, ma Rowena è una donna straordinariamente forte. Nessuna autocommiserazione. Molto coraggio. Frequentandola, ci si dimentica che sia cieca.» Prese la ragazza per il braccio. «Vieni, sono sicuro che ti piacerà.»

Il gattino nero, sempre affacciato all’orlo della borsetta, ammiccò con gli enormi occhi azzurri. April Bell si ritrasse:

«No, Barbee!», bisbigliò. «Ti prego di non...»

Ma già Barbee aveva fatto qualche passo avanti e annunciava a gran voce:

«Rowena! Sono Will Barbee. Il giornale mi ha mandato qui per tuo marito. Permettimi di presentarti una collega, April Bell...».

La cieca aveva voltato bruscamente il capo al suono della sua voce. Pros­sima alla sessantina, la moglie di Mondrick conservava una snellezza giovani­le. Le dense onde dei suoi capelli, Barbee le aveva viste sempre bianche, ma il volto, colorito ora dall’eccitazione e dalla temperatura pungente, era roseo e liscio come quello di una giovanetta. Abituato a vederli, Barbee non badò agli occhiali dalle lenti d’un nero opaco.

«Oh, salve, Will!», disse la cieca con voce calda e musicale. «È sempre un piacere conoscere i tuoi amici.» Si passò il corto guinzaglio del cane nella mano sinistra, e porse la destra. «Molto lieta, signorina Bell. Come sta?»

«Bene». La voce di April era dolcemente remota, e lei non accennò mini­mamente a prendere la mano che la cieca le porgeva. «Grazie.»

Arrossendo, Barbee tirò con forza la manica della ragazza, che si ritrasse di scatto. Vide che le sue guance s’erano fatte livide, in forte contrasto con il rosso violento della bocca. Socchiusi, quasi neri, i suoi occhi fissavano ancora i pesanti braccialetti d’argento di Rowena. Confuso, Barbee cercò di salvare la situazione.

«Stai bene attenta a quello che dici», avvertì Rowena in un tentativo di far dello spirito, «perché April lavora per il Call e stenografa ogni parola che la colpisca.»

La cieca sorrise, con grande sollievo di Barbee, come se non si fosse accorta della scortesia di April Bell. Chinando il capo da una parte, per tendere l’orecchio verso il rombo che riempiva il cielo, domandò ansiosamente:

«Non sono ancora atterrati?».

«No», rispose Barbee. «Ma è questione di minuti.»

«Dio sia lodato», sospirò la donna. «Sono stata così in pensiero, questa volta, fin dal giorno che Marck è partito. Non sta bene, e continua a correre rischi sempre più gravi.»

Le sue mani sottili furono scosse da un tremito, notò Barbee, e strinsero il guinzaglio del cane con forza così convulsa che le nocche divennero livide.

«Ci sono cose sepolte che devono restare sepolte», sussurrò poi. «Ho fatto di tutto perché Marck non tornasse a quegli scavi di Ala-shan. Avevo paura di ciò che avrebbe potuto trovarvi.»

April Bell stava ascoltando attentamente, e Barbee la udì trattenere il fiato.

«Lei», mormorò, «aveva paura?» La sua penna, puntata sul minuscolo tac­cuino, ebbe un fremito. «Che cosa temeva che il suo famoso marito potesse trovare?»

«Niente!», si affrettò a rispondere la cieca, come spaventata. «Proprio nien­te!»

«Me lo dica», insistette la ragazza duramente. «Tanto vale che me lo dica perché credo di poter già indovinare...»

La sua voce sommessa si ruppe in un urlo soffocato, e lei indietreggiò bar­collando. Il guinzaglio del cane lupo era scivolato tra le dita della cieca, e silenziosamente l’enorme cane si spingeva verso la ragazza spaurita. Barbee cercò di tenerlo lontano con un calcio, ma il cane lo superò, digrignando ferocemente i denti.

Barbee si girò fulmineo e afferrò il guinzaglio. La ragazza aveva alzato le braccia istintivamente. La sua borsetta di coccodrillo, scagliata lungo una pa­rabola fortuita, le salvò la gola dalle fauci rabbiose. Sempre ferocemente silenzioso, l’animale tentò di balzare ancora, ma Barbee stringeva ormai sal­damente il guinzaglio.

«Turk!», chiamò Rowena. «Turk, a cuccia!»

Docilmente, sempre senza un ringhio o un brontolio, il grande cane da pa­store trotterellò verso la sua padrona. Barbee restituì il guinzaglio alla cieca, che lo cercava brancolando con la mano, e Rowena si trasse accanto la be­stia, che aveva il pelo irto.

«Grazie, Will», disse calma. «Spero che Turk non abbia fatto male alla tua signorina Bell. Ti prego di farle tutte le mie scuse.»

Ma non rimproverò l’animale, notò Barbee. Il bestione restò immobile ac­canto alla gonna nera della donna; digrignando silenziosamente i denti, e fissava April con i minacciosi occhi gialli. Pallida e tremante, la ragazza si stava ritraendo verso la sala d’aspetto.

«Quel dannato cagnaccio!» Una donna piccola e magra, dal profilo sottile, si staccò dal gruppo più avanti e si mise a dire con voce querula: «Ha visto, signora Mondrick, che avevo ragione a consigliarle di non portarlo? Sta di­ventando feroce. Finirà per ammazzare qualcuno!»

La cieca accarezzò con calma la testa del suo cane; poi, preso il collare nella mano, passò le dita sopra le grosse borchie d’argento. A Rowena, ricordò Barbee, era sempre piaciuto straordinariamente l’argento.

«No, signorina Ulford», rispose dolcemente; «Turk è stato addestrato a di­fendermi, e io lo voglio sempre con me. Non si avventa mai su nessuno, a meno che non si tenti di farmi del male.» Tese ancora l’orecchio al rombo lontano. «Non è ancora atterrato l’aereo?»

A Barbee non era parso che April avesse fatto alcun gesto minaccioso. Stupito, tornò al fianco della ragazza dai capelli rossi, che stava accarezzan­do il gattino nero e gli mormorava dolcemente:

«Buono, buono, piccolino, quel cagnaccio cattivo non ci vuol bene, è vero, ma noi non abbiamo paura...»

«Sono dolente dell’accaduto», le disse Barbee impacciato. «Non avrei mai immaginato che potesse accadere una cosa simile.»

«Colpa mia, collega», gli sorrise April. «Non avrei dovuto portare il povero Fifi così vicino a quella specie di belva.» Gli occhi verdi lampeggiarono. «E grazie per averla trattenuta per il guinzaglio.»

«Turk non si è mai comportato così», rispose il giornalista. «La signora Mondrick ti fa le sue scuse...»

«Sì?» April Bell osservò di traverso la cieca, con occhi privi di qualsiasi espressione. «Non parliamone più. L’aereo sta atterrando, e tu non mi hai ancora detto nulla degli altri.» E accennò col mento al gruppetto di persone, da cui la signora Mondrick stava un poco appartata quando le si erano avvi­cinati.

«Quella donnetta piccola e magra è la signorina Ulford, governante di Ro­wena; ma siccome sta sempre male, è Rowena che praticamente la assiste.»

«E gli altri?»

«Il vecchio che si sta accendendo la pipa è Ben Chittum, nonno di Rex e suo unico parente. Ha un’edicola-libreria in fondo a Center Street, proprio di fronte al palazzo dello Star. È lui che ha permesso a Rex di fare l’universi­tà, finché Mondrick non gli ha procurato una borsa di studio.»

«E gli altri?»

«L’uomo infagottato in quel cappotto che gli tocca i piedi è il padre di Nick Spivak, e la donna bruna dalle arie regali è la madre. Hanno una sartoria a Brooklyn, e Nick è il loro unico figlio. Sono stati molto in ansia, da quando Nick è partito per la spedizione. Mi hanno scritto decine di lettere chieden­domi se sapessi qualche cosa. Hanno preso l’aereo stamane; forse Nick li ha avvertiti con un telegramma. Gli altri sono amici, colleghi dell’Istituto, il professor Fisher della facoltà di antropologia dell’università, e il dottor Bennett, che ha sostituito Mondrick durante la sua assenza.»

«Chi è quella bionda procace?», domandò April improvvisamente. «Se non sbaglio ti sta sorridendo.»

«È Nora», rispose Barbee a bassa voce. «La moglie di Sam Quain.»

Aveva conosciuto Nora la stessa sera in cui l’aveva conosciuta Sam, a una festa di studenti a Clarendon. Quattordici anni non avevano offuscato la luce cordiale dei suoi occhi; sorridente, ora, la matura madre di famiglia in attesa del marito appariva altrettanto entusiasta quanto la matricola di allora, ecci­tata dal primo contatto con il mondo universitario.

Barbee andò verso di lei con April Bell, e Nora a sua volta venne loro incontro, tenendo per mano la sua piccola Patricia, una bimba di cinque anni.

«Nora, ti presento April Bell, della redazione del Call. Attenta a quel che dici, perché ogni tua parola potrebbe essere citata sul giornale contro di te.»

«Barbee, che fama!», protestò April con una risatina un po’ leziosa. Ma quando gli occhi delle due donne s’incontrarono, Barbee ebbe la sensazione che stesse scoppiando un incendio. Con un sorriso angelico si strinsero la mano.

«Oh, cara, sono così felice di conoscerla!»

Si odiano, pensò Barbee, si odiano con tutta l’anima.

«Mammina!», esclamò la piccola Pat con calore, «voglio carezzare il micio!»

«No, tesoro, sii brava...»

Nora tirò verso di sé in gran fretta la bimba, ma la manina rosea s’era già tesa verso il gatto. Che, soffiando e ammiccando, graffiò fulmineo. Soffocan­do coraggiosamente un singhiozzo, Pat si strinse alla gonna della madre.

«Oh, signora Quain», gemette April Bell, «quanto mi dispiace!»

«Tu non mi piaci», dichiarò Pat in tono di sfida.

«Guardate», esclamò il vecchio Ben Chittum, tutto eccitato, indicando con la pipa un punto nella nebbia, oltre le vetrate. «Sta’ atterrando in questo momento!»

Tutto il gruppo uscì in gran fretta, seguito a qualche passo di distanza da Rowena Mondrick, fiera, diritta e silenziosa. Sembrava del tutto sola, sebbe­ne avesse al fianco la piccola signorina Ulford, che la guidava tenendola per un braccio; all’altro lato le camminava il suo gigantesco cane biondo. Barbee le lanciò un’occhiata, ma il pallore estremo del suo volto, che sembrava com­battuto tra la speranza e un terrore senza nome, lo costrinse a volgere in gran fretta gli occhi altrove. Si accorse di essere rimasto solo con April Bell.

«Fifi, sei stato molto cattivo», diceva la ragazza, accarezzando la testa del gattino. «Hai rovinato la nostra intervista!» E a Barbee: «Scusami, sai, per Fifi...».

«Niente di male», disse lui; «ma perché te lo sei portato dietro?»

Il verde di quegli occhi indescrivibili s’incupì ancora una volta fino a farsi quasi nero, mentre la loro espressione diveniva intensa, come se una paura segreta ne dilatasse le pupille. In quegli occhi, Barbee lesse una disperazione mortale, come se quella ragazza stesse giocando una partita difficile e ri­schiosa.

Ma ecco che, l’istante dopo, il volto della ragazza sorrideva di nuovo, men­tre lei aggiustava il nastrino rosso del micio.

«Fifi non è mio, ma della zia Agatha», spiegò. «Io per ora abito da lei. Oggi siamo uscite insieme, e siccome la zia doveva fare delle spese mi ha lasciato il gattino. Ma abbiamo appuntamento nella sala d’aspetto, qui. Vado anzi a vedere se è venuta, così potrò liberarmi di questa belvetta.»

Scappò via, e Barbee ne seguì con lo sguardo la figura esile ed elegante allontanarsi con passo elastico, pieno di grazia. Anche il suo modo di cammi­nare lo affascinava. Sembrava l’incedere di un animale selvaggio.

Si avvicinò a Nora Quain e al gruppetto presso il termine della pista di cemento, dove la sagoma confusa del grosso apparecchio passeggeri era cala­ta e si avvicinava rallentando. Barbee si accorse di sentirsi stanco, snervato: probabilmente da qualche tempo lavorava troppo. Ecco perché una ragazza, sia pure insolita come April Bell, poteva averlo turbato tanto.

Nora Quain distrasse la sua attenzione dall’aereo in arrivo per chiedergli:

«È importante per te quella ragazza?».

«L’ho appena conosciuta.» Barbee esitò, perplesso. «Ma mi sembra un tipo... insolito.»

«Cerca di non farla diventare importante», disse Nora, con un tono di im­plorazione insistente nella voce. «Quella ragazza è una...»

S’interruppe, come esitando a pronunziare la parola adatta per definire April Bell. Non sorrideva più, ora, e istintivamente la sua mano si tese a trarre la piccola Pat al suo fianco. Ma non pronunziò la parola.

«Davvero, Will», bisbigliò. «Ti prego!»

Il rombo dei motori le coprì la voce.

2.

Due inservienti dell’aeroporto attendevano con una passerella a ruote per la discesa dei passeggeri. Ma il grosso apparecchio, nero e incombente nella luce dei riflettori, s’era fermato a un centinaio di metri almeno. I possenti motori tacquero, e nel silenzio, tutti parvero tenere il fiato sospeso.

«Marck!» In quell’improvviso silenzio, la voce della signora Mondrick echeggiò come un grido di terrore. «Nessuno riesce a vedere Marck?»

Il gruppetto dei suoi amici corse avanti, verso la massa lontana dell’appa­recchio immobile. Barbee si fece vicino alla cieca.

«L’aereo si è fermato a una certa distanza», le spiegò, «non so perché; ma tuo marito e gli altri saranno qui da un minuto all’altro.»

«Grazie, Will.» Lei gli sorrise riconoscente, ma la sua ansia non pareva averla abbandonata. «Ho tanta paura per Marck! Conosco le sue teorie e so quello che Sam Quain ha trovato, scavando sotto la sua direzione in quell’an­tichissimo sepolcreto dell’Ala-shan, durante l’altra spedizione. Ecco perché ho cercato in ogni modo di non lasciarlo ritornare in Mongolia.»

Si volse bruscamente, tendendo l’orecchio.

«Ma dove sono, Will?», sussurrò. «Perché non vengono?»

«Non riesco a capire», rispose Barbee, anche lui preoccupato. «L’aereo è fermo laggiù, in attesa. Hanno messo la passerella, e si è aperta la porta, ma non scende nessuno. Ora c’è il dottor Bennett, dell’Istituto, che sale a bor­do.»

Tenendosi il cane vicino il più possibile, la cieca si volse ancora verso l’edifi­cio della stazione, tendendo l’orecchio.

«Dov’è quella tua amica?», domandò, sempre con voce tesa dall’ansia. «Quella che Turk ha allontanato?»

«Dentro l’edificio. Mi spiace che possa essere accaduto qualche cosa di spiacevole, Rowena. April è una ragazza deliziosa, ed ero sicuro che ti sareb­be piaciuta. Davvero, non riesco a vedere una ragione...»

«Ma una ragione c’è di sicuro. Altrimenti, Turk non l’avrebbe attaccata a quel modo. Turk sa...»

«Andiamo, Rowena, non ti sembra di esagerare nella tua fiducia in Turk?»

Le lenti nere della cieca parvero fissarlo con ostilità.

«Marck ha addestrato Turk a proteggermi», insistette in tono solenne. «E se Turk ha attaccato quella donna, è perché l’ha sentita ostile.» Le dita della cieca accarezzarono ancora una volta le borchie d’argento del collare del cane. «Ricordatene, Will. Non dubito che quella ragazza possa essere af­fascinante... certo! Ma Turk non si lascia mai ingannare!»

Barbee fece un passo indietro, a disagio. Si chiese se gli artigli del leopardo nero, strappandole gli occhi, non le avessero anche parzialmente leso il cer­vello. Le ansie di Rowena andavano molto al di là d’ogni ragionevolezza.

«Ecco Bennett», le fece con un sospiro di sollievo. «Ora anche gli altri scen­deranno con lui.»

Rowena trattenne il fiato, e attesero in silenzio. Solo Barbee, tuttavia, pote­va vedere Bennett: e se la sua voce era tranquillizzante, il viso rabbuiato pareva smentirla, quando l’uomo li ebbe raggiunti.

«Stanno tutti bene, signora Mondrick», disse. «Si stanno preparando a scen­dere, ma credo che dovremo attendere ancora un po’.»

«Ma perché?»

«Suo marito, a quanto pare, ha scoperto cose di straordinaria importanza, e vuole fare una dichiarazione pubblica sui risultati della sua spedizione prima ancora di uscire dall’aeroporto.»

«Oh, no!», esclamò Rowena, al massimo dell’angoscia. «Non deve!», sin­ghiozzò. «Non glielo permetteranno.»

Bennett aggrottò la fronte lievemente stupito.

«Non vedo che cosa ci sia di preoccupante in una dichiarazione sui risultati d’una spedizione scientifica», disse. «Le assicuro, signora Mondrick, che non c’è il minimo pericolo. Il professore mi è parso forse un po’ troppo sollecito riguardo a non so quale intoppo, tanto che mi ha pregato di chiamare la polizia, per proteggere i membri della spedizione e i reperti fino a quando la dichiarazione non abbia avuto luogo.»

Rowena scosse la fiera testa candida, come dubitando della protezione di cui poteva essere capace la polizia.

«Cosa potrà mai fare la polizia!», disse con voce esasperata. «La prego, vada a dire a Marck...»

«Abbia pazienza, signora», la interruppe il signor Bennett, «ma debbo ese­guire immediatamente gli ordini di suo marito. Mi ha detto di far molto pre­sto... come se il minimo ritardo possa rappresentare un pericolo.»

«E ha ragione!» La cieca assentì cupamente. «Corra, allora.»

Barbee si mise a passeggiare lentamente nella sala d’aspetto, e a un tratto vide i capelli di fiamma di April Bell all’interno d’una cabina telefonica. Ma per quanto si guardasse intorno, non riuscì a scorgere alcuna vecchia signora che potesse ricordargli una zia Agatha qualunque. Bevve allora due tazze di caffè, senza riuscire a togliersi il freddo che aveva dentro, un gelo ben più molesto del vento tagliente. E quando udì il gracidio degli altoparlanti che annunciavano l’arrivo dell’aereo di linea, corse fuori per non lasciarsi sfuggi­re Walraven.

L’uomo politico si mise in posa come un imperatore romano davanti al fo­tografo dello Star,ma non volle fare dichiarazioni di sorta, quando Barbee cercò d’intervistarlo sul suo programma. In confidenza, e non per il giornale, disse a Barbee che intendeva studiare un programma di azione col suo vec­chio e grande amico Preston Troy. Invitò il giornalista a passare qualche volta nel suo studio d’avvocato a bere un bicchierino, ma per il momento non voleva fare dichiarazioni. Puntò ancora una volta in aria per il fotografo il mento appena abbozzato, e salì su un tassi.

Sarebbe stato Preston Troy a tracciare il piano d’azione, come Barbee sape­va benissimo, e a pagare il giornalista che avrebbe dovuto organizzare la campagna di stampa. La verità su Walraven, uomo di paglia nell’ambizioso programma politico di Preston Troy, sarebbe stata materia per una serie di articoli e rivelazioni sensazionali. Ma non per lo Star. Barbee tornò presso l’aereo di Mondrick.

Erano arrivate tre auto della polizia, e una mezza dozzina di uomini in uniforme stava scortando cronisti e fotografi verso il grosso velivolo. Due poliziotti si fermarono e si volsero per far indietreggiare la turba dei parenti e amici angosciati.

«Vi prego», stava quasi urlando Rowena Mondrick a un agente, «lasciatemi restare qui. Mondrick è mio marito ed è in pericolo. Devo restare qui, vicino a lui, per aiutarlo!»

«Mi dispiace, signora, ma è compito nostro proteggere suo marito, anche se non vedo quale pericolo possa minacciarlo. Tutti, meno la stampa, devono tornare davanti all’edificio della stazione.»

«Ma voi non potete sapere!», insistette la cieca in una specie di roco sussur­ro. «Voi non potete essergli di alcun aiuto...»

Senza ascoltarla, il poliziotto la condusse verso la stazione.

Pallida come una morta, Nora Quain riportò la sua piccola, che piangeva perché non le lasciavano vedere il papà, nella sala d’aspetto. Mamma Spivak emise un piccolo gemito e abbandonò la testa sulla spalla del piccolo marito. Il vecchio Ben Chittum sbatté la pipetta annerita quasi in faccia al poliziotto che lo andava sospingendo indietro:

«Mi stia a sentire, agente. Sono due anni che prego il Cielo che mio nipote torni vivo da quel maledetto deserto. E gli Spivak, qui, hanno speso più di quanto potessero permettersi per venire fin qua da New York in aeroplano. Per la miseria, sergente...».

Barbee gli strinse a mezz’aria il braccio tremante d’indignazione.

«Meglio aspettare con calma, Ben», gli disse. E il vecchietto zoppicò via dietro gli altri, brontolando e minacciando tra i denti.

Barbee mostrò alla polizia il tesserino di giornalista, si sottopose a una bre­ve perquisizione nell’eventualità che avesse armi nascoste e raggiunse gli altri cronisti radunati sotto l’immensa ala dell’apparecchio. Si trovò a un tratto April Bell accanto.

Il gattino nero doveva essere tornato dalla zia Agatha, dopo tutto, perché la borsetta di pelle era chiusa. La ragazza fissava l’apparecchio con un’intensità quasi morbosa, in attesa che la porta si aprisse. Parve sussultare, quanto sen­tì su di lei lo sguardo di Barbee, e volse di scatto verso di lui la massa fiam­meggiante dei capelli. Gli sorrise.

«Salve, cronista!», fece in tono allegro. «Qui sento l’odore di un servizio da prima pagina con titolo a sei colonne. Eccoli!»

Sam Quain precedette gli altri sulla passerella. Anche in quel primo istante d’intensa curiosità, Barbee si rese conto che era molto cambiato. Il volto deciso, dalla mascella quadrata, era riarso dal sole, i capelli biondi sembrava­no quasi bianchi, tanto erano stati calcinati. Doveva essersi rasato a bordo, ma l’abito kaki che indossava era logoro, spiegazzato, pieno di macchie. Sembrava stanchissimo, invecchiato molto più di due anni.

E c’era qualcos’altro.

C’era qualcos’altro, impresso sui tre uomini che lo seguivano scendendo la passerella. Barbee si chiese se non fossero tutti vittime di una malattia. Il volto pallido e massiccio di Mondrick, sotto il casco coloniale macchiato e pesto, era un ammasso di carne flaccida e tremolante. Forse la sua vecchia asma, o il cuore, lo avevano minato in quei due anni.

In un momento come quello, uomini della loro condizione, anche se malati, avrebbero dovuto sorridere; erano invece tutti terribilmente seri e accigliati, come rosi da una segreta angoscia.

Nick Spivack e Rex Chittum seguivano il vecchio Mondrick. Anche i loro abiti kaki erano logori e macchiati. Rex non poté non udire il saluto gridato­gli con voce tremante dal vecchio Ben Chittum in mezzo al gruppo di familia­ri, davanti all’edificio della stazione, ma non fece segno di risposta.

Lui e Nick portavano una cassa rettangolare, verniciata di verde, con attac­cate due maniglie di cuoio. Era rinforzata da molte fasce di metallo, e un grosso lucchetto la chiudeva. Sembrava pesantissima, tanto che i due uomini che la portavano parvero a un tratto perdere l’equilibrio.

«Attenti!», s’udì gridare la voce di Mondrick. «Ci mancherebbe altro che dovessimo perderlo proprio ora!»

L’antropologo corse accanto alla cassa e tese le braccia per aiutarli a rad­drizzarla. Non la lasciò fino a quando non fu portata sana e salva fino a terra; e, anche allora, non ne staccò la mano, mentre diceva ai suoi due colla­boratori di portarla verso il gruppetto dei giornalisti.

Quegli uomini avevano paura. Traspariva da ogni loro gesto. Non tornava­no come vincitori, ma come uomini condannati a fare qualcosa che li riempi­va di terrore.

«Sarei proprio curiosa di sapere che cosa hanno trovato», mormorò April, mentre i suoi occhi si socchiudevano, incupendosi.

«Non so; ma qualunque cosa abbiano trovata», rispose Barbee, «non sem­bra dar loro molta gioia. Un fanatico religioso potrebbe credere che i loro scavi li abbiano portati sull’orlo dell’inferno.»

«No», rispose la ragazza; «gli uomini non hanno tanta paura dell’inferno.»

Barbee s’accorse che Sam Quain lo stava fissando, e allora lo salutò con la mano. Senza sorridere, col duro volto abbronzato più ansioso che mai, Sam rispose con un lieve cenno del capo.

Mondrick si pose davanti ai fotografi, sotto l’ala dell’apparecchio. Partirono i lampi delle macchine fotografiche nel crepuscolo pieno di vento, mentre Mondrick attendeva che i suoi collaboratori lo raggiungessero. Se Nick, Sam e Rex avevano l’aria indurita e tesa fino alla ferocia, chiaramente Mondrick era un uomo distrutto. I suoi gesti stanchi e incerti, interrotti da scatti im­provvisi, rivelavano un sistema nervoso sulle soglie del collasso, e la sua fac­cia era come ossessionata.

«Signori», disse ai giornalisti, guardandosi intorno per accertarsi che i suoi tre collaboratori lo avessero raggiunto presso la cassa, «grazie per aver volu­to attendere. Vedrete che la vostra pazienza sarà ricompensata, perché», e qui parve a Barbee che la sua voce roca rivelasse una fretta esasperata, come se temesse di essere interrotto, «perché abbiamo qualcosa da rivelare al ge­nere umano.» S’udì il suo respiro ansimante. «Una terribile minaccia, signo­ri, che è stata nascosta, sepolta, soppressa per un fine perfidamente atroce.»

Fece un gesto col braccio, sussultante, che rivelava la disperata tensione che lo possedeva. «Il mondo deve essere avvertito», seguitò, «sempre che non sia troppo tardi. Per cui, fate bene attenzione a quanto sto per dirvi. Diffondete via radio le mie dichiarazioni, se vi è possibile. Fotografate i reperti e le prove che abbiamo portato dall’Asia.» Con lo stivale consunto, toccò la cas­sa. «Parlatene alla radio e sui giornali, stasera stessa, se potete.»

«Siamo qua per questo, professore», disse un cronista della radio, avvici­nandosi col microfono. «Facciamo una registrazione, e la manderemo in onda subito, se le sue dichiarazioni sono politicamente interessanti. Immagi­no che vorrà dirci il suo punto di vista sulla situazione cinese.»

«Abbiamo visto molte cose della guerra in Cina», rispose Mondrick solen­nemente, «ma non è di questo che voglio parlare. Quanto sto per dirvi è più importante di qualunque notizia di guerre; anzi, ci aiuterà a capire perché si combattono le guerre. Spiegherà molte cose che gli uomini non sono mai riusciti a capire, o di cui addirittura si è insegnato loro a negare l’esistenza.»

«Bene, professore.» Il radiocronista maneggiò ancora per qualche istante i suoi strumenti. «Parli pure.»

«Sto per dirvi...»

Lo studioso fu interrotto da un colpo di tosse, che lo lasciò col fiato mozzo per qualche istante. Si udì di nuovo il suo respiro faticoso, sibilante, e Barbee vide Sam Quain fissare il professore con espressione improvvisamente allar­mata. Gli offrì un fazzoletto, e Mondrick si asciugò la fronte, sudata malgra­do il soffio gelido del vento.

«Sto per dirvi cose che stenterete a credere, signori», riprese Mondrick, più rauco che mai. «Sto per dirvi d’un nemico occulto, segreto, di una tenebrosa congrega che trama e spia insospettata tra i veri uomini... un nemico na­scosto, infinitamente più insidioso delle cosiddette quinte colonne che si pro­pongono la rovina delle nazioni. Intendo parlarvi dell’avvento non inatteso del Messia Nero — il Figlio della Notte — la cui comparsa tra i veri uomini sarà il segnale di una spaventevole, mostruosa, incredibile rivolta!»

Mondrick, sfinito, ansimò ancora, rabbrividendo.

«Preparatevi a qualcosa di terribile, signori. Si tratta d’una cosa così terrifi­cante, che forse non riuscirete a credermi. Ma dovrete accettarla, come ho dovuto fare io, quando avrete visto anche voi gli oggetti che abbiamo portato da quei sepolcri preistorici trovati nel cuore del deserto di Gobi. Le nostre scoperte nell’Ala-shan risolvono molti enigmi. Noi», e i suoi occhi stanchi si volsero riconoscenti ai tre uomini intorno alla cassa cerchiata di ferro, «ab­biamo trovato la risposta a molti enigmi della scienza, la soluzione di misteri così ovvii, così impliciti nella nostra vita quotidiana, che la maggior parte di noi non è nemmeno consapevole della loro esistenza. Abbiamo trovato la risposta a una domanda che, forse, vi farà sorridere: perché, signori, nella nostra vita sembra che il Male predomini?»

La sua faccia plumbea s’era trasformata ora in una maschera di dolore.

«Non v’è parso a volte di scorgere una deliberata volontà malefica dietro le avversità? Non vi siete mai chiesti che cosa si nasconda sotto l’inguaribile discordia che divide il genere umano? Sotto le guerre, le lotte civili, l’oppres­sione? Leggendo le cronache dei giornali, non vi ha mai atterrito l’inesplica­bile, inutile mostruosità dell’uomo? Non vi siete mai soffermati a riflettere, talvolta, sulla tragica divisione entro voi stessi, scoprendo nel vostro subco­sciente abissi d’orrore?»

Seguì un altro violentissimo attacco di tosse. Come spezzato in due, Mondrick s’era fatto cianotico. Infine, si passò nuovamente il fazzoletto sulla fronte e riprese, con voce stridula, quasi squarciata.

«Non ho il tempo d’enumerare tutti i tenebrosi enigmi che caratterizzano la nostra vita, individuale e collettiva», ansimò, «ma una cosa ancora voglio dirvi!»

Scosso dalla sensazione di una mostruosa e velata tensione che s’andava acuendo, Barbee si guardò intorno con ansia. Un fotografo stava inserendo un nuovo rullino nella macchina. L’uomo della radio era tutto intento alla registrazione. Meccanicamente, gli sbalorditi cronisti stenografavano sui loro taccuini.

Al suo fianco, April Bell sembrava tramutata in una statua di ghiaccio. Pal­lidissima, stringeva con forza la cerniera della borsetta. I lunghi occhi fissava­no con le verdi pupille dilatate il volto tormentato di Mondrick. La loro in­tensità era impressionante. E in una frazione di secondo, Will Barbee capì con chiarezza una cosa che fino a quell’istante aveva più o meno inconscia­mente avvertito: April Bell gli faceva paura.

Dimentica di lui, la ragazza continuava a fissare Mondrick, movendo lenta­mente le labbra, stringendo la borsetta con una specie di convulsa ferocia, tanto che le dita sottili parevano artigli laceranti.

Mondrick pareva aver ritrovato abbastanza fiato da poter riprendere.

«Vi prego di credere, signori, che il mio non è un capriccio, un umore del momento. Ho cominciato a sospettare i fatti terribili che intendo portare a vostra conoscenza circa una trentina d’anni fa, quando una dolorosa espe­rienza mi fece pensare che tutta l’opera di Freud, con le sue rivelazioni sulla psicologia dell’inconscio, era soltanto una descrizione più o meno perfetta della mente e della condotta umane, più che una spiegazione del male che vediamo.

Svolgevo allora la mia attività di psichiatra, a Glennhaven. Abbandonai la professione, perché la verità che cominciavo a sospettare si faceva beffe di tutto ciò che m’era stato insegnato e mi faceva dubitare di tutti i miei sforzi per aiutare le menti turbate. Sfortunatamente, ebbi una discussione molto vivace col vecchio dottor Glenn, padre del Glenn che oggi dirige Glennha­ven, a proposito della dolorosa esperienza accennatavi prima. Mi volsi allora ad altri campi, alla ricerca di qualcosa che dimostrasse la fallacia di quanto sospettavo. Non trovai nulla. Continuai i miei studi all’estero, e infine accet­tai una cattedra all’Università di Clarendon. Cercai di penetrare il più pro­fondamente possibile nei segreti dell’antropologia, dell’archeologia, dell’et­nologia, ogni ramo della scienza che studiasse la vera natura del genere umano. A poco a poco, le mie ricerche mi rivelarono fatti che mi hanno dato la conferma della cosa più orrenda che l’uomo abbia mai dovuto temere.»

Mondrick fece una nuova pausa, per riprender fiato.

«Per anni ho tentato di lavorare da solo. Capirete tra poco che cosa signifi­casse questo, e quanto mi fosse difficile trovare chi potesse aiutarmi. Ho accettato la collaborazione della mia carissima moglie, perché era già a parte del mio segreto. Ciò le è costato la vista, e il suo immenso sacrificio mi ha provato che tutti i nostri timori erano giustificati. Ma alla fine ho trovato uomini degni della mia fiducia.» Il volto terreo di Mondrick tentò di sorride­re, e i suoi occhi ancora una volta si volsero a guardare Sam Quain, Nick Spivak e Rex Chittum con espressione affettuosa. «E li ho allenati a poco a poco a dividere...»

Spezzato nuovamente in due dai colpi di tosse e dalla difficoltà di respira­zione, il vecchio scienziato dovette essere sorretto da Sam Quain, finché il parossismo non si fu calmato.

«Perdonatemi, signori, sono purtroppo soggetto a queste crisi... Ma tutti questi preliminari sono necessari alla piena comprensione da parte vostra di ciò che devo dirvi.»

Sam Quain gli mormorò qualche parola all’orecchio, e Mondrick annuì stancamente.

«Ormai la nostra teoria era formulata», riprese lo scienziato, cercando pale­semente di affrettarsi. «Ma avevamo bisogno di prove, per avvertire e prepa­rare alla difesa l’autentico genere umano. La prova che cercavamo poteva esistere solo tra le ceneri del più remoto passato. Dieci anni fa abbandonai la cattedra, per frugare nelle antiche culle delle razze umane e semi-umane e trovare così la prova irrefutabile.

Vi lascio immaginare le difficoltà e i pericoli che abbiamo dovuto affronta­re: il tempo non mi consente di descriverveli. I mongoli Torgod hanno assali­to e saccheggiato più volte il nostro accampamento. Siamo stati sul punto di morire di sete prima e congelati poi. Quindi la guerra ci ha costretti a parti­re, proprio quando avevamo appena trovato i primi insediamenti pre-umani. Si sarebbe detto che i cacciatori delle tenebre sapessero che noi li sospetta­vamo, e cercassero di annientarci prima che potessimo accusarli. Il Diparti­mento di Stato non voleva farci ritornare laggiù. Il Governo cinese ha fatto di tutto per tenerci lontani. I Russi ci credevano spie... insomma, gli uomini e la natura ci sono stati avversi. Ma noi siamo riusciti a trovare ciò che cerca­vamo. E a portarlo in America da quei remoti nascondigli preumani.» Toccò ancora con la punta del piede la cassa. «È tutto qui», disse.

Per un istante Barbee incontrò gli occhi di Mondrick, e vi lesse l’angoscia di una gran fretta e di una paura mortale. Aveva capito il motivo di quel lungo preambolo; sapeva che Mondrick ardeva dal desiderio di parlare, di esporre i suoi fatti terribili l’uno dopo l’altro, ma che il timore di non essere creduto lo costringeva alla prolissità.

«Perdonatemi se tutte queste precauzioni possono sembrarvi inutili. Capire­te quando avrete saputo. E ora che siete in certo qual modo preparati a udire il resto, dovrò parlare con brutale precipitazione, esporvi i fatti alla rinfusa prima che me lo si impedisca.»

Il suo volto si contorse, percorso da un tremito.

«Perché un terribile pericolo ci minaccia, signori. Ognuno di voi... chiunque ascolti in questo momento le mie parole... si trova sotto la minaccia di un pericolo mortale. Pure, devo pregarvi di ascoltare... perché io spero ancora... che, diffondendo la verità... così largamente che non riescano più a uccidere tanto da soffocarla... sia ancora possibile sconfiggere la spaventosa congiu­ra.»

Mondrick ansimò ancora, piegandosi, rabbrividendo.

«Fu centomila anni fa...»

Soffocava. Le sue mani si levarono tremanti verso la gola, come per aprire una via al respiro. Un gorgoglio cupo gli risuonò nella strozza. La faccia stravolta, le mani ripiegate ad artiglio si fecero d’un azzurro cianotico. Cadde in ginocchio, afferrandosi alle braccia di Sam Quain, farbugliando parole inintelligibili.

«Ma è impossibile!» Barbee udì l’atterrito bisbiglio di Sam Quain. «Non ci sono gatti, qui!»

Barbee lanciò un’occhiata perplessa ad April Bell. La ragazza fissava anco­ra l’esploratore ansimante, che anelava una boccata d’aria. Dilatati nella luce ambigua del crepuscolo, i suoi occhi sembravano del tutto neri. Bianca come la sua pelliccia, la sua faccia era completamente priva di espressione.

Gatti? La borsetta era chiusa e non poteva, così sigillata, contenere un gat­to, per piccino che fosse. Rabbrividendo al freddo vento dell’est, Barbee volse nuovamente lo sguardo su Mondrick. Sam Quain e Nick Spivak avevano disteso l’infelice scienziato supino, con la giacca ripiegata di Quain sotto il capo. Ma Rex Chittum era rimasto vicino alla cassa, gli occhi vigili, come se il suo contenuto fosse più importante dell’agonia del vecchio esploratore.

Perché Mondrick, era ormai chiaro, stava morendo. Le sue mani anna­sparono per l’ultima volta nell’aria, e ricaddero. La faccia livida si rilassò, immobile. Dopo un ultimo, disperato brivido, il corpo giacque per sempre. Strangolato, come dal cappio di un boia.

I lampi dei fotografi si fecero intensissimi, mentre la polizia tratteneva i giornalisti che si spingevano innanzi. Qualcuno urlò per chiamare l’ambulan­za, ma ormai Mondrick era morto.

«Marck!»

Barbee udì l’urlo acutissimo. Vide la moglie cieca di Mondrick staccarsi dal gruppo presso il terminal e correre verso di loro, l’enorme cane al fianco, veloce e dritta come se vedesse. Uno degli agenti cercò di fermarla, ma do­vette ritrarsi davanti alle zanne di Turk. La cieca giunse presso il corpo del marito e gli si inginocchiò accanto, sfiorandogli il volto devastato, le mani stanche con dita disperatamente indagatrici. La luce cadde sugli anelli e i braccialetti d’argento, rifulgendo nelle lacrime che scorrevano dalle vuote occhiaie martoriate dietro le lenti.

«Marck, povero caro! Perché non hai voluto che venissi con Turk a proteg­gerti? Non li hai visti stringersi attorno a te?»

3.

Sam Quain fissava senza vederlo il corpo dell’uomo disteso per terra. In maniche di camicia, sotto la sferza di quel gelido vento, rabbrividiva, anche se non sembrava accorgersene. Non parve nemmeno accorgersi del pesante cappotto che Barbee s’era tolto per gettarglielo sulle spalle.

«Grazie, Will», disse poi, sempre con la mente chi sa dove. «Deve far fred­do.»

Trattenne per un istante il respiro e poi si rivolse ai giornalisti.

«Un grosso titolo per voi, signori», disse calmo, con voce lenta, trasognata. «La morte del professor Lamarck Mondrick, famoso antropologo ed esplora­tore. Vi prego di fare attenzione alla grafia: il professore teneva in modo particolare alla c di Lamarck.»

Barbee gli strinse un braccio.

«Che cosa lo ha ucciso, Sam?»

«Morte dovuta a cause naturali, dirà il magistrato», rispose Quain con la stessa voce quasi indifferente, ma Barbee lo sentì irrigidirsi. «Soffriva d’asma da parecchi anni. Quando ci trovavamo ancora laggiù, in Mongolia, mi disse che sapeva di essere malato di cuore, di averlo sempre saputo. E la nostra spedizione non è stata davvero una passeggiata, soprattutto per un uomo della sua età, e per giunta malato di cuore.»

Barbee guardò il corpo immobile ai loro piedi e la donna vestita a lutto che singhiozzava silenziosamente.

«Dimmelo, Sam... che cosa voleva dire Mondrick quando ha avuto l’attac­co?»

Sam Quain inghiottì con uno sforzo. I suoi freddi occhi azzurri evitarono lo sguardo del giornalista, frugarono le ombre del crepuscolo, tornarono a fis­sare gli occhi dell’antico compagno d’università. Alzò le spalle, quasi cercas­se di scrollarsi di dosso l’orrore che gravava su di lui come una cappa.

«Niente», mormorò con voce rauca, «niente del tutto.»

«Niente?», ripeté la voce dura di un altro giornalista alle spalle di Barbee. «E tutte quelle precisazioni sui pericoli misteriosi? sul Figlio della Notte e il Messia Nero? Scherziamo, Quain?»

La faccia triste di Sam Quain tentò di sorridere.

«Il professor Mondrick amava le espressioni figurate e non trascurava mai di dare un certo tono drammatico alle sue dichiarazioni. Il suo Figlio della Notte è, con ogni probabilità, una figura retorica, una personificazione, for­se, dell’ignoranza umana.» Indicò col mento la cassa. «È là dentro che si trova materia per brillanti servizi giornalistici, signori, ammesso che le teorie sull’evoluzione umana rappresentino ancora notizie sensazionali per i quoti­diani. Il minimo particolare sulle origini del genere umano è del massimo interesse per scienziati come Mondrick, ma non per il profano, a meno che non lo si drammatizzi romanticamente.»

Un’ambulanza venne a prendersi il corpo di Mondrick, mentre la vedova dava al marito l’estremo addio e tutt’intorno s’accendevano i lampi dei foto­grafi.